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Gli Imperi periscono quando scompare l’idea su cui sono fondati

Di Enzo Trentin
Non esiste nessuna necessità storica secondo cui una qualche nazione debba costituirsi in uno Stato.L’edificazione di uno Stato-nazione può essere auspicata, favorita, promossa purché sussistano alcune condizioni, quali il rispetto della giustizia, la volontà maggioritaria del popolo, il miglioramento delle condizioni di vita.
Sicuramente il Marchese Massimo d’Azeglio, uno degli uomini politici piemontesi protagonisti del processo di unificazione dell’Italia, non aveva previsto che la celeberrima frase con cui commentava la nascita del Regno d’Italia proclamato nel 1861 sarebbe diventata proverbiale. A dire il vero, pare che quella frase: «Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani», non l’abbia mai detta. Tutto sommato è stato preferibile che altrettanta popolarità non sia stata acquisita da una “perla”, questa sì che l’ha scritta, che leggiamo nel suo Epistolario: «In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!». La dice lunga su che cosa pensassero i “patrioti” piemontesi degli altri Italiani. Però con una guerra espansionistica, nel marzo 1861, il pur piccolo Regno di Sardegna diventò il Regno d’Italia mentre al Sud la gente ancora piangeva per le stragi operate, solo pochi mesi prima, dal generale sabaudo Enrico Cialdini sull’inerme popolazione civile di Capua, o dal colonnello Pier Eleonoro Negri responsabile delle stragi di Pontelandolfo e di Casalduni, con l’approvazione e l’elogio del Primo Ministro di casa Savoia, Camillo Benso di Cavour.
A girovagare per Internet si può trovare la Cronologia dell’Unità d’Italia, stilata in due paginette. Difficilmente si troverà la cronologia degli scandali che si sono avuti dall’unità ai giorni nostri. Un elenco, forse, troppo lungo. Sicuramente disgustoso.
Scrive lo storico Nicola Zitara: “La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all’intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l’uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un’autosconfessione. Quando, alla fine, quelle “innovazioni”, vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo. […] Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale finanziatrice dello stato unitario o allo scandalo Bastogi per l’assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per pagare le spese della guerra d’annessione.” E che dire del fatto che di fronte all’avanzare di Garibaldi con i suoi Mille, “Tore ‘e Crescienzo”, alias Salvatore de Crescenzo, il primo vero capo della camorra, fu chiamato nelle stanze della prefettura dal prefetto Liborio Romano con una proposta: redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine? La “camorra in coccarda tricolore”, ben lungi dall’essere disciplinata come sperava il prefetto, trovò nella divisa la sua legittimazione. Il Risorgimento italiano fu un’operazione Manu militari. Furono invasi i piccoli e i grandi Stati della penisola. Insomma, come se, per esempio, in tempi recenti, per fare l’UE, uno Stato – la Germania o la Spagna – avesse invaso gli altri Stati e avesse detto: “ora siamo uniti”. Ogni persona che crede nella giustizia, non può ammettere ciò che accadde in Italia nel secolo XIX. Il filosofo Augusto del Noce ha significativamente definito il Risorgimento italiano “un capitolo dell’imperialismo britannico”. Antonio Gramsci – lo storico marxista – osservava: “I liberali di Cavour concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia”. Questa gente “fa l’Italia” ma gli Italiani continuano a rimanere estranei a questo Stato-nazione. Un fiscalismo esoso fu imposto per tentare di pareggiare il bilancio disastroso che il Regno di Sardegna, unificata l’Italia, aveva portato in “dote”; ovvero il suo spaventoso debito pubblico accumulato con le “guerre d’Indipendenza”.
Milioni e milioni di Italiani emigrarono. Nel nuovo Stato-nazione avevano fame ed erano ammalati. Sfogliando gli atti parlamentari, datati 12 Marzo 1873, sulle condizioni sanitarie del paese: “la tisi, la scrofola, la rachitide, tengono il campo più di prima; la pellagra va estendendo i suoi confini; il vaiuolo rialza il capo; la difterite si allarga ogni giorno di più”. Si emigra. Non si tratta di un’emigrazione individuale, ma di gruppo. All’interno di questi gruppi il prete occupa molto spesso la funzione del capo. La terra di conquista è l’America meridionale, soprattutto il Brasile e l’Argentina. La gente comincia a partire. A gruppi, a centinaia. La gente, specialmente quella veneta, non ha voglia di battersi sul posto. Dovrebbe opporsi all’ordine costituito e questo contrasta con la sua mentalità, rispettosa dell’autorità. Per sottrarsi ad una condizione diventata insopportabile non rimane che l’emigrazione. Anche coloro che all’inizio erano contrari alle partenze, ora si arrendono. Capiscono che se l’emigrazione fosse frenata, scoppierebbe la rivolta. E le rivolte comunque ci furono: vedi “la Boje”.
La gente parte dicevamo. A volte si muovono interi villaggi, con il parroco in testa. Partono anche di notte, al buio e in silenzio, quasi fosse tempo di guerra e il nemico stesse in agguato. Qua e là si ode il grido: Viva l’America! Morte ai signori! L’emigrazione diventa veramente, per tutto un popolo, una liberazione: dai padroni oppressori, dalla terra che non li mantiene, dal bisogno che incalza, da un Governo inesistente e insensibile. «Noi andiamo in Brasile – gridano alcuni – Ora toccherà ai padroni lavorare la terra..». La partenza è vissuta come un avvenimento doloroso, ma necessario. Rompe una situazione di miseria senza scampo e apre una porta alla speranza. Per questo, a volte, centinaia di persone si mettono in movimento insieme, lentamente, al suono delle campane, come nelle grandi feste, e alla testa della processione vi è un grande Crocefisso o lo stendardo di un Santo che gli emigrati porteranno con loro nella nuova patria.
Già nel 1876 un certo Don Munari, parroco di Fastro nel Comune di Cismon del Grappa, era partito per il Brasile con un gruppo di circa 300 emigranti. Ed è grazie agli emigrati veneti che la colonia di Caxias, nel Rio Grande do Sul (Brasile), conosce uno sviluppo straordinario. In meno di 50 anni passa dalla foresta alla piena industrializzazione. Fondata nel 1875, dopo soli tre anni aveva quasi 4.000 abitanti. Nel 1898 gli italiani erano 25.000, i nove decimi della popolazione. Nel 1877, su iniziativa di una strana figura di prete-reclutatore che aveva posto la sua centrale nel Canal del Brenta, vicino a Bassano del Grappa, erano stati avviati alla volta del Brasile oltre 2.000 contadini della zona. Formeranno uno dei primi insediamenti italiani nel Paranà, a Curitiba.
Nel 1898 gli operai a Milano sfilarono per protestare contro l’ingiustizia sociale: chiedevano pane. Passata alla storia come la “Protesta dello stomaco”, il governo guidato da Antonio di Rudinì proclamò lo Stato d’assedio e il generale Fiorenzo Bava Beccaris, in qualità di Regio Commissario Straordinario, ordinò di sparare cannonate sulla folla provocando una strage in cui furono uccisi 80 cittadini e altri 450 rimasero feriti. Ma si tratta di cifre ufficiali poco convincenti. Il numero di vittime effettive non si saprà mai. In segno di riconoscimento per quella che dalla monarchia fu giudicata una brillante azione militare, Bava-Beccaris ricevette il 5 giugno 1898 dal re Umberto I la Gran Croce dell’Ordine Militare.
Superata la I. G.M. ci fu l’avvento del fascismo sul quale non ci soffermiamo per brevità. Sono stati scritti tanti di quei libri da riempire intere biblioteche. Il fascismo portò alla II G.M. e liberata l’Italia ad opera degli Alleati, la resistenza antifascista accampò meriti, elargì patenti, occupò il potere. Tutti i partiti, con l’eccezione del MSI erano antifascisti. Gli scandali non diminuirono: Vajont, Lockheed, Montedison, solo per citarne tre; anzi furono il “brodo di cultura” del terrorismo rosso e di quello nero, complice anche il clima della guerra fredda. Seppellita la cosiddetta Prima repubblica, intorno alla prima metà degli anni 1990, ad opera degli scandali di Tangentopoli, ai giorni nostri la corruzione è aumentata, mentre la classe politica non esprime alcuna qualità. Su quale idea, dunque, dovremmo sostenere l’unità dello Stato italiano?
Al contrario la nostra idea è: unire gli individui ed i popoli nella libertà e nella diversità,lasciando ognuno padrone a casa propria. Sarebbe un modo semplice per condividere con altri ciò che pensiamo per cambiare pacificamente la forma di Stato e di governo di questo paese e di rifiutarsi di essere complici di un sistema basato sui partiti corrotti, voluto da incapaci, votando i quali saremo perennemente complici di questo insopportabile regime. L’idea da condividere dovrebbe essere quella che l’individuo, e non lo Stato unitario definito arbitrariamente “sovrano” e imposto con la forza e con l’inganno, è il titolare unico della propria volontà che giuridicamente è sovranità. In quanto diritto naturale, la sovranità dell’individuo non può essere ceduta, neppure parzialmente, né essere oggetto di legge ma solo di garanzia costituzionale. Pertanto tutto ciò che oggetto di governo della società e della comunità, deve essere fatto o almeno legittimato dalla maggioranza dei cittadini sovrani. Senza questa legittimazione la legge dello Stato non può avere valore giuridico e deve essere considerata una violazione del diritto naturale, di cui sono responsabili i rappresentanti ed i partiti che l’hanno imposta. Solo in questi termini ognuno potrà essere l’artefice del proprio destino e del destino della future generazioni.

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