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Gli assiri, ultimi umani che parlano la lingua di Gesù

Di Umberto Guzzardi
Quando si parla di assiri, la memoria corre inevitabilmente ai banchi di scuola. Vaghi ricordi diun tempo in cui la Mesopotamia era il centro del mondo, si sposano forse alle immagini dei bassorilievi del British Museum, capolavoro ineguagliabile dell’arte antica. Eppure, fra il Caucaso e il Medio Oriente, come anche nella sempre più nutrita diaspora in America e in Europa, si incontrano ancora oggi uomini che definiscono se stessi assiri, e che si vorrebbero – a torto o a ragione – i discendenti di quella popolazione antica.
Come gli assiri dell’antichità, anche quelli di oggi parlano una lingua semitica, e cioè della stessa famiglia linguistica dell’arabo e dell’ebraico. Più esattamente, parlano (e scrivono, con un proprio alfabeto) la lingua neo-aramaica assira, che altro non è che una moderna evoluzione dell’aramaico, lingua usata duemila anni or sono da Gesù e dagli apostoli. Una lingua, ancor più indietro nel tempo, già diffusa fra le popolazioni dell’impero assiro prima della sua definitiva caduta, nel 612 a.C. Tale legame è alla base dell’autoidentificazione, controversa e tutta moderna, fra questa minoranza etnico-religiosa e il grande impero mesopotamico del passato.
Più in concreto – e senza rischiare di cadere in errore – possiamo dire che gli assiri di oggi sono gli ultimi eredi, da un punto di vista culturale e religioso, della tradizione orientale del cristianesimo nestoriano. Dottrina cristologica predicata da Nestorio, Patriarca di Costantinopoli del V secolo, il nestorianesimo divenne in seguito alla condanna del Concilio di Calcedonia nel 451 un’eresia non più ammessa dal resto della Chiesa. I suoi seguaci trovarono quindi rifugio nell’Iran sasanide dove, unendosi alle comunità cristiane locali, diedero vita a una tradizione portata avanti ancora oggi dagli assiri.
Una Chiesa, quella nestoriana, che ha conosciuto nella sua storia momenti di notevole splendore. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che, all’alba dell’invasione araba, l’espansione del cristianesimo in Iran fosse tale da minacciare l’egemonia della religione di stato dell’impero: lo zoroastrismo. Secondo tale teoria, si fu molto vicini all’eventualità di avere un altro grande impero cristiano, l’Iran, con esiti del tutto imprevedibili. Anche in seguito all’avvento dell’islam, il cristianesimo rimase ancora per molti secoli una presenza importante in Iran. In concomitanza con i grandi stavolgimenti dell’epoca mongola, fra XIII e XIV secolo, i cristiani tentarono un ultimo colpo di coda, mettendo addirittura in discussione – seppur per un breve periodo – la supremazia religiosa dell’islam. A tale sfortunato tentativo seguirà una lenta decadenza.
Oggi gli assiri rappresentano, assieme agli armeni, una delle due anime principali del cristianesimo iraniano. A paragone degli armeni, più numerosi e facoltosi, gli assiri hanno conosciuto negli ultimi decenni una marginalizzazione tale da mettere a rischio la sopravvivenza stessa della comunità nel paese. La ragioni sono diverse: si tratta innanzitutto – sempre a differenza degli armeni – di una minoranza non nazionale, e oltre a ciò pesantemente indebolita, nel contesto mediorientale d’origine, dai conflitti degli ultimi decenni. Un altro punto di debolezza è la frammentazione religiosa.
Gli assiri in Iran appaiono oggi divisi fra appartenenti alla Chiesa apostolica assira d’Oriente, erede diretta della Chiesa nestoriana, e seguaci della Chiesa cattolica caldea. Oltre a queste, diversi di loro aderiscono al protestantesimo e ad altre denominazioni minori. La Chiesa apostolica assira ha una sola diocesi, nella capitale, mentre quella caldea cattolica – che pare maggioritaria – ne ha tre: Teheran, Ahvaz e Urmia-Salmas, quest’ultima sede originaria della presenza assira in Iran, nel nord-ovest del paese.
Non mancano in Iran scuole, istituzioni, e persino un rappresentante in parlamento (il Majles) della minoranza assira. Tutto ciò non basta, tuttavia, ad arginare una scomparsa certo più lenta e meno drammatica che altrove in Medio Oriente – dove è la comunità assira non è già più che un ricordo – ma forse ugualmente inesorabile.

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