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GLI ACCORDI A BORDO DEL «BRITANNIA», UNA STORIA DA TENERE BEN A MENTE

Quel tecnocrate in barca 
Draghi e il precedente 1992 



Era il 2 giugno 1992, festa della Repubblica, quando a bordo del «Britannia», il panfilo della regina Elisabetta, oltre centro tra banchieri, uomini d’affari, pezzi da novanta della finanza internazionale anglo-americana (tra gli ospiti eccellenti anche George Soros), si incontrarono per un summit urgente organizzato straordinariamente al largo delle coste tirreniche, tra le acque di Civitavecchia e quelle dell’Argentario. Argomento forte del meeting a bordo, le privatizzazioni. Le privatizzazioni italiane. Ai tempi di quella crociera sulla terra ferma andavano forte le inchieste di Mani Pulite e la prima Repubblica si apprestava a cedere il passo. A bordo si discusse anche di «riforme», naturalmente. Ma soprattutto del programma di dismissioni da parte dello stato. Le privatizzazioni, ovvero come «finanziarizzare» il sistema economico italiano. C’è chi rintraccia in quel passaggio l’origine della «finanziarizzazione» del sistema economico nazionale, il momento in cui l’industria lasciò il passo all’economia di carta. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, tra loro un giovane Mario Draghi, allora direttore generale del tesoro che nel suo discorso sostenne che il principale ostacolo ad una «riforma» del sistema finanziario in Italia era rappresentato dal sistema politico. Il ministro del Tesoro era Piero Barucci, il governatore di Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, anche lui invitato a bordo del panfilo. A palazzo Chigi invece c’era Giuliano Amato. Imbarcato anche Romani Prodi e il direttore di Bankitalia Lamberto Dini. E non finisce qui perché c’era anche, lo ha confermato lui stesso solo di recente, anche l’attuale ministro Giulio Tremonti. «Solo come osservatore» a bordo del natante di sua maestà: «Fu solo il prezzo da pagare per entrare tra i primi nel club dell’euro». 


FONTE: Il Manifesto, 2011.08.09 

BCE 
Vendete tutto: Eni e Iri, Terna e Cdp 

di Guglielmo Ragozzino 


La Banca centrale europea spiega al governo italiano come tagliare deficit e debito, almeno un po’ Le privatizzazioni, prefigurate nella quasi lettera della Bce al governo, sono la prova di forza che ci attende 



Un mese fa, si svolse la grande manovra salva-tutto messa in scena, con tanto di voti di fiducia, dal governo italiano; e approvata in un batter di ciglia dal parlamento «responsabile». In quell’occasione sono stati calcolati gli introiti che le privatizzazioni messe in calendario per il triennio finale della manovra stessa avrebbero apportato. Il conto, molto ottimistico, di qualche specialista si aggirava intorno ai 140 miliardi di euro, purché si mettessero naturalmente sul tavolo tutte le perle del reame. A questo si aggiungeva che l’ammontare del prezioso tesoretto era pari a circa il 7% del debito pubblico, vicino ai 1.900 miliardi in quegli stessi giorni. I più ottimisti facevano inoltre notare che ne sarebbe così derivato un significativo alleggerimento in termini di deficit. 
Nelle settimane seguenti il tema privatizzazioni è stato lasciato cadere, ma non perché fosse sopravvenuta la preoccupazione di perdere taluni strumenti decisivi, in mano al governo, per muoversi tra i potenti, in Italia e nel mondo; il fatto era piuttosto che l’attenzione era ormai rivolta altrove. È stato un bene, perché le eventuali privatizzazioni si sono assai ridotte di valore, sia quelle quotate in borsa: Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, sia le altre, a partire da Poste, Ferrovie, Cassa depositi e prestiti o Cdp. Se il pacchetto valeva 140 miliardi ora vale 120 o 100, ammesso che qualcuno comperi bislacchi gioielli nostrani, a questi chiari di luna. D’altro canto anche il deficit è destinato a salire, per gli interessi raggiunti ultimamente da Bot e Btp. 
Per essere estremamente fiscali, nel novero delle possibili privatizzazioni sarebbero da aggiungere le Fondazioni bancarie, cui molti si accostano con pensiero reverente e in un caso di smobilizzo accelerato, proprio per quell’ossequio, sono dimenticate; infine le società di servizi pubblici che comuni grandi e meno grandi hanno messo insieme in una serie di puzzle molto pericolosi. Tutte piuttosto fragili, spesso indebitate, queste imprese non hanno rappresentato mai occasioni di straordinaria attrattività, ma hanno vivacchiato, pagando ai comuni di riferimento dividendi esagerati, come del resto hanno fatto per anni anche Eni e soprattutto Enel nei confronti del Ministero del Tesoro, loro maggiore azionista attraverso la Cdp. 
Le ex municipalizzate, fuse insieme, entrate nel mare della finanza, travestite in varie fogge, hanno dovuto affrontare il disastro del referendum; disastro dal loro punto di vista, naturalmente. Ma proviamo a immedesimarci nella situazione di una serie di gruppi finanziari, il cosiddetto sistema, cui faceva gola il business dell’acqua e ora per l’errore di quegli «ignoranti del refendum», come li ha definiti in un pubblico dibattito a Cortina – ascoltato a radio radicale – uno dei maggiorenti del sistema Cdp, ora va tutto a carte quarantotto. Chi vuole più, senza la gestione dell’acqua, le società un po’ squilibrate che rispondono a tanti sindaci, oltre che alla domanda di valore della borsa e in una piccola forma anche agli utenti? 
A questo punto si innesta la presunta lettera dei capi della Banca centrale europea, Bce. Dopo il caso della Grecia «anche per l’Italia privatizzare da subito o farlo dal 2013 non è uguale, manda a dire la lettera della Bce a Berlusconi»; così scrive la mattina di ieri il «Corriere.it» e le smentite a sera non sono ancora arrivate. 
Prendendo il riassunto della lettera per buono («buono» si fa per dire, naturalmente), occorre riflettere sulla smania della Bce per antieconomiche privatizzazioni in Italia. Il primo motivo è quello di normalizzare così il sistema italiano, ancora troppo poco liberalizzato. Le imprese del governo sono considerate troppo esposte alla cattiva politica degli intrighi e refrattarie alla buona politica della finanza universale. Le imprese del governo finiscono per diventare bastioni inavvicinabili in cui il lavoro prevale sul capitale, o almeno riesce a tenere le posizioni, diffondendo il cattivo esempio. 
La Bce – quanto meno quella che appare dalla pseudo lettera – richiede una soluzione di forza, con decreto, per evitare soverchie discussioni e perdita di tempo. C’è poi un secondo motivo, forse ancora più importante. Occorre mettere in riga, attraverso governo e parlamento, quel paese di ignoranti o di squilibrati, che pretende di gestire la propria acqua e gli altri beni comuni; tutto quel popolo che incantato da una magia, due mesi fa ha votato in maggioranza per mantenere il diritto di gestire la propria acqua. Il rischio, temono alla Bce e dintorni, è che il referendum italiano faccia scuola e sia imitato nell’Europa e nel mondo. E questo, per dirla tutta, non si può sopportarlo. 
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Da Contro la Crisi

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