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Genova… per noi

Di  Sergio Cararo



Sono dieci anni pesanti quelli trascorsi dalla mattanza di Genova nel luglio del 2001. Il primo decennio del nuovo secolo ha determinato profondi sconvolgimenti nel volto del mondo ma anche nella situazione del nostro paese, e la relazione tra gli eventi – come direbbe Isabel Allende – è profonda.

I vertici dei G8 sono stati costretti ad allargarsi fino a diventare G20, per restare credibili. Le organizzazioni internazionali che hanno condizionato gli ultimi decenni – dal Fmi al Wto, alla Nato – sono diventate scatole vuote o camere di compensazione con simmetrie diverse da quelle su cui sono nate. Il Washington Consensus non è più così decisivo come prima. La crisi ridisegna equilibri diversi. L’unica costante è l’affanno del capitalismo reale di fronte alle variabili impazzite della dominanza della sua dimensione finanziaria.

Il movimento di contestazione globale arrivò all’appuntamento di Genova 2001 sull’onda della straordinaria rottura di Seattle del 1999 – che rese tutti noi più liberi – ma non ebbe il tempo, il coraggio o la lucidità di unificare il “popolo di Seattle con il popolo di Durban” (1).
Per visualizzare questo mancato appuntamento, o la divaricazione tra i movimenti sociali di un occidente in declino con quelli nei paesi emergenti, si è dovuto attendere il Forum di Mumbay nel 2004. In quella sede il «limite eurocentrico» dei Social forum emerse in tutta la sua potenza, rendendo evidente che – se cambiamento poteva esserci – esso sarebbe partito nuovamente dalla periferia emergente e non dal centro del capitalismo. Il “movimentismo” non poteva coprire all’infinito l’occlusione dell’opzione riformista, né l’illusione che i potenti del mondo potessero tollerare azioni di «disturbo al manovratore» senza reagire pesantemente.
Non possiamo non dirci che furono velleitarie le dichiarazioni “di guerra” lanciate nei giorni precedenti da alcuni settori del movimento, soprattutto perché il conflitto di strada cessa di diventare virtuale e diventa reale. Gli apparati repressivi e il sistema massmediatico fecero mostra – strumentalmente, certo – di prendere sul serio quelle dichiarazioni e adottarono contromisure pensate per gestire il “fronte interno” di una guerra che di lì a qualche mese (l’11 settembre) avrebbe assunto portata globale. L’imperialismo non sempre è “una tigre di carta”, soprattutto quando – nel conflitto asimmetrico ­ si sente forte contro un avversario che si identifica con la semplice popolazione civile.
La mattanza di Genova, i pestaggi, le brutalità poliziesche, le autentiche «tonnare» dove risultava chiusa ai manifestanti ogni via di fuga, erano stati incubati nella repressione di Goteborg (nella «civile e democratica» Svezia) che annunciava la morte di un Carlo Giuliani come opzione già possibile o dalla mattanza di Napoli nel marzo dello stesso anno, vero e proprio indicatore bipartizan del “senso dello stato”. Al governo chi c’è… c’è. La cabina di regia può vedere al posto di comando un “democratico” o un “post fascista”, ma i vincoli e gli impegni internazionali dello Stato non possono subire «contrattempi» a causa delle contestazioni.
I manifestanti, dunque, non dovevano solo essere allontanati dalle “zone rosse” e dispersi, ma andavano annichiliti – a futura memoria – dalla dimostrazione di violenza messa in campo dal «monopolista legittimo della forza». Andava insomma spazzata via persino l’ illusione di poter modificare il senso di marcia degli eventi.
E’ questo il senso tragico e brutale dell’accanimento con cui gli apparati coercitivi dello Stato gestirono Genova 2001. Un «esercizio di potere» sulla politica, sui corpi e sulla psicologia di massa, una sorta di «dolorosa chirurgia» che doveva estirpare il germe della lotta e del conflitto, ricomparso dopo un ventennio silente. La governabilità permette al massimo l’alternanza tra eguali, non certo le alternative.
Dieci anni dopo, Genova ha creato una generazione politica che si è divisa non per capriccio: una parte – qui in Italia, almeno – ha percorso convintamene la strada della «sinistra di governo», fino al disastro del governo Prodi. L’altra ha maturato un’idea più profonda di «autonomia dal politico», di indipendenza di classe e di centralità del conflitto sociale come strumento obbligato dell’emancipazione. Da qui si parte per svilluppare un processo di cambiamento al tempo stesso radicale e realistico, ben oltre la retorica del “desiderio” e dell’antagonismo solo simulato.
Non ci si può trastullare eternamente con il gioco dell’oca, soprattutto dopo dieci anni da Genova 2001.

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