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G20, la Turchia di Erdogan si unisce in modo deciso alla lotta al terrorismo, ma con 4 anni di ritardo visto che prima la sua lotta era alquanto ambigua



Di Sebastiano Caputo

I “grandi della terra” si sono dati appuntamento al G20 di Antalya, in Turchia. In un clima surreale, ad appena due giorni dagli attentati di Parigi, è andato in scena il grande incontro tra i capi di Stato e di governo dei venti Paesi più industrializzati del pianeta.

Un’occasione per fare il punto sulle numerose problematiche internazionali, dall’economia al clima, ma che, alla luce di quanto accaduto a Parigi, è stato monopolizzato dalla questione sicurezza.
Un festival dell’ipocrisia più che un summit risolutivo. “Dal G20 arriverà un messaggio forte contro l’Isis”, ha dichiarato Erdogan in apertura del meeting. Il presidente turco ha poi continuato sostenendo la necessità dell’unità contro il terrorismo per colpirne gli asset finanziari. Peccato però che nel corso degli ultimi quattro anni e mezzo, cioè da quando la Siria è il centro di una guerra spaventosa, molti Paesi, Turchia in testa, hanno alimentato il rifornimento finanziario, economico, ma anche militare, logistico, politico e di personale dello Stato Islamico. Nell’immaginario collettivo di chi ha seguito l’evoluzione del conflitto con la lente d’ingrandimento ritornano in mente quelle immagini dei blindati turchi che fissano da lontano Kobane mentre i tagliagole dell’Isis assediano la città curda, oppure il video, che è costato la prigione al direttore del quotidiano Cumhuriyet, nel quale si vedono i camion, con i lasciapassare firmati dal governo, carichi di armi destinate ai gruppi fondamentalisti in Siria. Come ritornano in mente quelle dichiarazioni di Ahmet Davutoglu, braccio destro del presidente Tayyip Erdogan, che alla vigilia delle elezioni, dopo l’attentato di Ankara con oltre 100 morti, definì il Califfato “ingrato e traditore”. Un’ammissione di colpa prima ancora di essere una gaffe.

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