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Francia: Front National, vince anche un sistema di comunicazione


Di Marina Nebbiolo
La costante progressione elettorale dell’estrema destra francese comincia con il risultato ottenuto da Marine Le Pen (17,9 %) alle elezioni presidenziali del 2012 (*). Da quel momento il FN accelera la ristrutturazione interna al partito e rinforza l’intervento nelle amministrazioni locali per diventare perno decisivo di equilibrio tra le destre e la sinistra attualmente al governo.
Il successo della destra nazionalista francese non è solo effetto della crisi e delle politiche fiscali europee, è anche la conseguenza di una sfida semantica che i capi frontisti, ispirandosi ad Antonio Gramsci, lanciano esplicitamente alla fine degli anni 70. Oltre la veste retorica, la parola della destra radicale, fondata sui miti di referenza e di propaganda quali la decadenza, la nostalgia del passato, la teoria del complotto e il richiamo messianico, da quarant’anni configura la narrazione nazionale.
Il mito ha i suoi martiri, Giovanna d’Arco, e i suoi demoni, il “Leviatano moderno”, il “Moloch” dell’economia “ultraliberista” come scrive Marine Le Pen in Pour que vive la France (Jacques Grancher, 2012). E per drammatizzare la lotta del Bene contro il Male c’è la teoria del complotto, socialista-comunista, sionista, massone, poi europeista. Il Front National invita gli elettori a vivere la Storia come una tragedia in cui viene messa in gioco la sopravvivenza della nazione e dell’individuo. Una minaccia imminente che richiede l’unione nazionale, campo di battaglia tra patrioti e chi viene individuato come nemico della Francia.
Non ci sono partiti e proposte che si confrontano, solo opposizione per la costruzione di un mito, quello dei “francesi” e della “Francia” come entità unificata e atemporale. Mito costruito sulle rovine della Storia, negata in quanto processo di trasformazione ma paradossalmente rivendicata rispetto al passato.
Nel corso degli anni i frontisti hanno innestato nel proprio percorso politico i miti della sinistra, il popolo e la repubblica laica, avvalendosi di un linguaggio comune, sempre attuale perché ha radici profonde nell’immaginario collettivo. Questi miti creano una comunità immaginaria, altro nome della nazione, grazie ad un discorso ansiogeno e rassicurante al tempo stesso: la perdita o declassamento individuale trova riscatto nella fierezza collettiva ritrovata. Un capitale identitario per compensare l’azione politica poco efficace che non offre speranza.
L’erede Le Pen secolarizza il discorso, ne normalizza lo stile per guadagnare credibilità, è pragmatica, dal 2007 parla il meno possibile di immigrazione consapevole che alcune figure storiche del FN insieme alla destra tradizionale, e attualmente la sinistra grazie ad un feroce ministro degli interni come Valls, se ne occupano a suo esclusivo vantaggio. Libera quindi di affrontare nuovi argomenti, più originali come la globalizzazione molto più consensuale e che al tempo stesso la esonera dalle abituali accuse di xenofobia provocate dalla questione ‘immigrati’. L’idea frontista è stata a tal punto assimilata nel dibattito pubblico che nel libro-programma del partito lepenista del 2012, l’immigrazione è solo al nono posto dei mali della Francia.
I Le Pen si dividono lo spazio semiotico, al patriarca la storia di Francia, il discorso identitario e gli slogan contro gli immigrati, alla figlia la diagnosi economica, le prospettive nel futuro e l’identità repubblicana basata sui valori della laicità, della difesa del servizio pubblico o del lavoro nell’industria. Con questa strategia oratoria Marine Le Pen può andare incontro alle aspettative dei nuovi elettori.

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