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Francia e Rwanda, polemiche e affari

Di Michele Paris
La visita a Parigi del presidente ruandese, Paul Kagame, ha segnato questa settimana una nuova tappa nel difficile percorso di riconciliazione tra i due paesi dopo la rottura avvenuta in seguito al ruolo della Francia nel genocidio del 1994. Il discusso leader del paese centro-africano è atterrato domenica scorsa nella capitale francese ed è stato ricevuto all’Eliseo il giorno successivo dal presidente Nicolas Sarkozy.

Il riavvicinamento tra i governi di Francia e Ruanda aveva già fatto registrare un timido passo avanti nel febbraio del 2010, quando proprio lo stesso Sarkozy aveva trascorso qualche ora a Kigali nell’ambito di un tour del continente africano. “Stiamo lavorando assieme per lasciarci la storia alle spalle e andare avanti”, ha affermato Kagame nella giornata di domenica durante un incontro con alcuni espatriati ruandesi giunti a Parigi.
Al palazzo dell’Eliseo, inoltre, il leader di etnia Tutsi ha lanciato un segnale di distensione importante al suo omologo francese, annunciando che il governo ruandese non ritiene più necessario che Parigi faccia le proprie scuse ufficiali per la parte svolta nei sanguinosi fatti del 1994.
Kagame, in ogni caso, non ha risparmiato una frecciata a Sarkozy e alla politica estera neo-coloniale perseguita dalla Francia in questi ultimi anni, criticando la tendenza degli occidentali a “giudicare gli africani” e a intervenire negli affari del continente da lontano, senza rispettare “le aspirazioni dei popoli africani”.
Da parte sua, il presidente francese ha promesso di raddoppiare gli aiuti economici destinati al Ruanda – da 22,7 a 42,2 milioni di euro l’anno – ed ha rivelato che le aziende transalpine prenderanno parte ad una serie di progetti energetici in questo paese. “Ho chiesto rapporti commerciali più intensi ed una partnership più stretta”, ha confermato Kagame. “I francesi saranno liberi di investire in Ruanda”.
La portata effettiva degli accordi annunciati a Parigi passa in ogni caso in secondo piano di fronte alla rilevanza politica del meeting tra i due presidenti, puntualmente sottolineata da entrambi nel corso del faccia a faccia. Tanto più che rimangono forti resistenze nei confronti del processo di pacificazione con il Ruanda di Kagame nell’esercito e nel governo francese, a cominciare da quelle manifestate dal ministro degli Esteri, Alain Juppé, accusato da Kigali di complicità nel genocidio e spedito qualche giorno fa in visita in Australia. “Siamo consapevoli che questa visita non sarà gradita a molti”, ha ammesso un consigliere di Sarkozy all’agenzia di stampa AFP. “Ma il presidente ha deciso di voltare pagina nelle dolorose relazioni con il Ruanda”.
I legami della Francia con il Ruanda erano in realtà molto intensi fino al 1994. Con il venir meno del sostegno dell’ex potenza coloniale (Belgio), nei primi anni Novanta i francesi avevano infatti garantito il loro appoggio all’allora governo guidato da un’élite di etnia Hutu. Grazie al sostegno e alla fornitura di armi francesi, l’esercito ruandese fu in grado di rafforzarsi notevolmente. Le truppe ruandesi furono addestrate dai militari francesi, i quali presero anche parte attivamente alla guerra civile combattuta contro il Fronte Patriottico del Ruanda (FPR) – trasformatosi successivamente nell’attuale partito di governo di Kagame – formato da militanti Tutsi e appoggiato dagli Stati Uniti.
A sconvolgere gli equilibri nella regione furono i fatti che precedettero e seguirono il genocidio. Il missile che nell’aprile del 1994 colpì l’aereo su cui viaggiavano il presidente ruandese Juvénal Habyarimana (Hutu) e quello del Burundi, Cyprien Ntaryamira, mentre si stava avvicinando all’aeroporto di Kigali, fu l’episodio che fece esplodere le violenze in un paese già provato da una gravissima crisi economica. La morte di Habyarimana fu il pretesto cui il governo Hutu alleato di Parigi fece ricorso per scatenare una carneficina che avrebbe fatto almeno 800 mila vittime, la gran parte dei quali di etnia Tutsi. Lo sterminio venne alla fine fermato in seguito al rovesciamento del governo Hutu da parte dei ribelli Tutsi con l’aiuto dei militari ugandesi.
Quando nel 2006 un giudice francese stabilì che i ribelli Tutsi guidati da Paul Kagame avevano ordinato l’abbattimento dell’aereo del presidente Habyarimana, provocando indirettamente il genocidio, Kigali ruppe definitivamente le relazioni diplomatiche con Parigi. Da parte del nuovo regime Tutsi in Ruanda non tardarono ad arrivare le accuse nei confronti della Francia, i cui militari erano intervenuti tardivamente nel paese sotto l’egida dell’ONU per fermare la strage e offrire protezione agli Hutu – compresi quelli coinvolti nelle violenze – presi di mira dalle ritorsioni del nuovo regime.
Ad indicare un certo cambiamento nei rapporti tra i due paesi fu la già ricordata visita di Sarkozy in Ruanda del 2010, durante la quale il presidente francese, pur non offrendo scuse ufficiali, ammise che il suo paese era stato cieco di fronte al genocidio portato avanti dal governo Hutu. Le accuse sollevate nei confronti  della Francia da parte di Kigali erano tuttavia ben più gravi. Nel 2008, infatti, il governo di Kagame aveva pubblicato i risultati di un’indagine, fermamente respinti da Parigi, che mostravano come i francesi avessero addestrato e armato la milizia Hutu, ipotizzando così un ruolo attivo negli stupri e nelle uccisioni di massa del 1994.
Il raffreddamento dei rapporti con la Francia aveva inevitabilmente spinto l’anglofono Paul Kagame verso le braccia di Stati Uniti e Gran Bretagna. Nel 2010, il Ruanda ottenne addirittura l’accesso al Commonwealth britannico, pur non essendo una ex colonia di Londra. Il regime di Kagame – eletto formalmente presidente solo nel 2000 – ha fatto però registrare un’evoluzione sempre più autoritaria negli ultimi anni, nonostante fosse stato indicato come un modello di crescita e stabilità per tutto il continente africano. La repressione del dissenso interno si è più volte manifestata anche con l’eliminazione fisica degli avversari politici del presidente.
Le critiche sempre più insistenti che giungono soprattutto da Washington e da Londra hanno contribuito al progressivo isolamento del governo ruandese sulla scena internazionale. Da qui la necessità di cercare di ristabilire i contatti con Parigi. Le aperture mostrate da Kagame sono state accolte prontamente da Sarkozy, impegnato a ridare slancio alla propria politica africana, come dimostra il ruolo di primo piano giocato recentemente in Libia e in Costa d’Avorio.
Un ulteriore segnale di disgelo da Parigi era arrivato poi nel marzo del 2010, subito dopo la visita di Sarkozy, quando le autorità transalpine arrestarono, sia pure per un breve periodo, la vedova del defunto presidente Habyarimana, residente in Francia fin dal 1994. Per Agathe Habyarimana il Ruanda aveva chiesto l’estradizione, in quanto accusata di essere tra i leader di Akazu, una ristretta organizzazione informale di estremisti Hutu che pianificarono e incitarono al genocidio.
Il riavvicinamento al Ruanda viene valutato con estremo interesse da una parte della classe dirigente d’oltralpe, poiché potrebbe consentire alla Francia di tornare ad esercitare una certa influenza nella regione dei Grandi Laghi. Quest’area dell’Africa centro-orientale ha una certa rilevanza strategica, soprattutto grazie alla presenza e al transito di risorse minerarie preziose per i mercati internazionali.
La visita di Kagame a Parigi rappresenta perciò un momento importante nella ricomposizione dei rapporti tra la Francia e il Ruanda. Una distensione che risponde agli interessi di entrambi i governi, con Kagame, da un lato, desideroso di attrarre nuovi investimenti esteri e di far cessare le critiche della comunità internazionale al suo regime autoritario e Sarkozy, dall’altro, ben deciso a far dimenticare le responsabilità del proprio paese in uno dei più feroci massacri del ventesimo secolo.

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