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Fame in Somalia, c’è chi non si rassegna

Di Matteo Fraschini Koffi  
Migliaia di rifugiati somali hanno iniziato a occupare Ifo-2, l’estensione di uno dei tre campi profughi chiamato Ifo che si trova nell’area della cittadina keniota di Dadaab. I campi di rifugiati Hagadera, Dagahaley, Ifo, e ora Ifo-2, tutti a qualche chilometro di distanza da Dadaab, vicino al confine con la Somalia, costituiscono il più grande agglomerato di profughi al mondo: oltre 400mila. Ma il numero rischia di crescere a dismisura, dato che l’Onu ha lanciato un nuovo allarme: la carestia peggiorerà per tutto il 2011.

Secondo gli analisti, un tale ammasso di gente sta mutando le dinamiche di vari settori della società kenyota, oltre ad aver stravolto l’ambiente. «L’area di Dadaab ha registrato un vertiginoso aumento d’insediamenti umani – recita un rapporto promosso dalle ambasciate di Norvegia e Danimarca insieme al governo kenyota –. Questo sta avendo un impatto negativo sulle condizioni riguardanti la mobilità e il pascolo. Per esempio, un programma gestito da un’agenzia umanitaria diretto all’approvvigionamento di legna per cucinare e costruire ha permesso un’alta commercializzazione del prodotto. Molti residenti kenyoti protestano che dei contratti beneficiano solo l’agenzia e una stretta cerchia di individui».

Un altro punto controverso sono, poi, gli abusi che si sono verificati o si verificano nel campo. Il rapporto accerta che: «durante il 2010, almeno il 18 per cento del cibo distribuito gratuitamente dal Programma alimentare mondiale (Pam) è stato rivenduto dai rifugiati». Questa è una delle ragioni per cui i prezzi degli alimenti a Dadaab sono minori rispetto a quelli venduti nelle zone circostanti. Ciò, a sua volta, ha prodotto diverse le manifestazioni di dissenso da parte della comunità ospitante kenyota che si sente trattata peggio dei profughi. Un ulteriore aspetto – forse quello più importante per le autorità – riguarda il fattore sicurezza.

I ribelli somali shabaab, di stampo qaedista, hanno proclamato da tempo che lottano per una grande Somalia, un’area che comprende anche il Nord-Est del Kenya e il Sud-Est dell’Etiopia.
In queste aree, sono infatti frequenti gli scontri, spesso fatali, provocati dalle incursioni di ribelli o criminali somali che usano tale giustificazione. Quest’ultimo, è uno dei principali motivi per cui il Kenya, all’inizio, era indeciso riguardo all’apertura di Ifo-2, gestito, come per gli altri campi profughi, dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur). «Le nostre intenzioni sono buone – afferma ad Avvenire un’operatrice umanitaria che chiede di restare anonima – ma stiamo promuovendo una pericolosa mentalità della dipendenza che, a lungo termine, potrebbe creare più problemi che soluzioni per la gente che vogliamo aiutare».

L’emergenza del Corno d’Africa sembra comunque aggravarsi. «Ci si aspetta che la crisi nel Sud della Somalia continui a peggiorare per tutto il 2011», ha dichiarato ieri da Ginevra l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), facendo appello per altri 1,4 miliardi di dollari. «Tutte le aree del Sud della Somalia precipiteranno nella carestia». Invece, nonostante gli scontri a Mogadiscio tra i soldati governativi e l’al Shabaab, il Pam è riuscito a effettuare ieri un’altra operazione destinata a distribuire cibo energetico sia in Somalia sia al confine tra Etiopia e Kenya. «La protezione dei civili a Mogadiscio rappresenta la nostra principale preoccupazione», ha dichiarato ieri l’Acnur, a seguito dei nuovi combattimenti nella capitale. Tuttavia, quella delle agenzie umanitarie è una protezione che non può essere garantita.

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