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Expo 2015: un disastro costoso

Di Gabriele Gruppo
Ad un anno dall’inizio di Expo 2015 s’è aperto uno squarcio a dir poco preoccupante sulla sua realizzazione. La magistratura ha alzato il velo su di un vero e proprio verminaio in cui prosperava da anni il malaffare, caratterizzato dalla collusione tra imprese e politica ed affari sul crinale dell’illegalità. Una simbiosi in cui i soldi, tanti, sotto forma di tangenti, facevano il pari con le più subdole spartizioni degli appalti per l’evento, sovvenzionati dagli enti pubblici più diversi, tutti raggruppati nell’Arexpo (Regione Lombardia, Comuni di Milano e Rho, Fondazione Fiera e Provincia Milano).
Un vorticoso giro di milioni, che ha “regalato” a Milano e dintorni nuove infrastrutture, fatte apposta per dare all’Expo una caratura da primato. Milioni di m3 di cemento che hanno preso forma in nuove tangenziali, nuove stazioni, nuovi palazzi e, non ultima, la piattaforma su cui sorgeranno i padiglioni dell’Expo; un milione e 700 mila metri quadrati che la società pubblica Arexpo acquistò a suo tempo per 150 milioni di euro dalla Fondazione Fiera (strano vero?) e dalla potente famiglia d’immobiliaristi Cabassi, legati a doppio filo con la politica meneghina che conta, e presenti anch’essi nella spartizione degli appalti.
L’opera di messa in cantiere della fiera in senso stretto (padiglioni, magazzini, viabilità interna, ecc.) vede presenti anche nomi (soliti) come Impregilo, Mantovani e Condotte, che si sono aggiudicati una bella torta da 269 milioni di euro in progetti, prontamente sub appaltati a terzi e quarti soggetti, in un vorticoso giro di contatti e prebende, che farebbero sospettare più di un illecito in tale gestione “allegra” di soldi pubblici, dove, ovviamente, le Istituzioni locali o dormono, o fanno finta di dormire. Infatti, una strana norma interna al regolamento per Expo 2015 prevede la possibilità di subappalti fino a quasi il 70% delle opere in contratto. Cosa spaventosa, a nostro giudizio, che rende difficile la verifica sull’adeguatezza sulle norme anti-mafia delle ditte in subappalto, una vera e propria galassia d’imprese piccole o medie che si sono aggiudicati i lavori nel corso degli anni all’ombra dei grandi contractor dell’italica edilizia.
Le inchieste giungono solamente all’apice di un iceberg, sicuramente di considerevoli dimensioni, ma che difficilmente potrà essere messo a nudo nella sua interezza, e nella sua gravità.
I lavori di Expo 2015 procedono con un ritardo difficilmente colmabile, lo sanno tutti da tempo, e le diatribe politiche milanesi hanno rallentato in questi anni di preparativi sia il processo decisionale sul da farsi, sia i controlli sulla gestione di questa grande opera. Il risultato è poco confortante. Malgrado il pupazzetto di Palazzo Chigi sbrodoli oggi fiducia nella buona riuscita di questa pomposa vetrina internazionale, il fallimento, con brutta figura planetaria conseguente, è a dir poco certo!
Altro nodo di non poco conto: cosa resterà di utile alla conclusione dell’Expo?
Se dovessimo far il paragone con l’eredità che Torino e il Piemonte hanno ricevuto dalle Olimpiadi invernali, saremmo tentati di dire “poco o nulla”, e siamo certi di non essere troppo lontani dalla verità.

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