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Euro o non euro?

euro

Di Toni Iero

Vi è chi sostiene che il ritiro dell’Italia dalla moneta unica europea sia un passaggio essenziale per riacquistare la sovranità monetaria. Quest’ultima intesa come panacea di tutti i mali. Naturalmente, corollario, non sempre espresso, di questa opzione è una successiva creazione di nuova base monetaria, finalizzata ad un deprezzamento della nuova moneta.

All’interno di questa corrente di pensiero, vi sono alcuni che propugnano il ritorno alla vecchia lira e altri che preferirebbero una nuova unione monetaria tra i Paesi dell’Europa meridionale (l’euro del Sud), magari allargata anche alla Francia.<

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Dall’altra parte, i fautori della permanenza ad oltranza nell’attuale Unione Monetaria fanno presente i pericoli associati ad una brusca rottura degli equilibri attuali e gli svantaggi che l’Italia avrebbe nel tornare ad una propria moneta isolandosi dal contesto europeo.

Spesso, il dibattito così impostato non arriva a niente, lasciando nei due schieramenti le stesse convinzioni che avevano prima del confronto.

Che considerazioni possiamo fare a proposito di una questione così sentita in molti ambiti politici, economici e sociali?

Intanto una precisazione di natura “tecnica”. Uscire dall’attuale moneta unica per crearne una nuova (per esempio l’euro del Sud) non restituirebbe la sovranità monetaria all’Italia. Si avrebbe una nuova valuta sovranazionale, emessa da una nuova banca centrale che dovrebbe ancora rispondere ad una pluralità di Stati. Certo, sarebbe auspicabile che lo statuto della nuova banca centrale dell’ipotetico eurosud consentisse una maggiore elasticità nella gestione delle emergenze rispetto a quanto oggi codificato per la Bce di Francoforte. Tuttavia, nella gestione della politica monetaria, comunque si scontrerebbero le esigenze diverse degli Stati aderenti e non è detto che le scelte del nuovo istituto sarebbero poi gradite a tutti.

Se si desidera una piena sovranità monetaria occorre che, a fronte di una moneta, vi sia un solo Stato. Questo avverrebbe se l’Italia tornasse alla lira.

Ho scarsa simpatia per coloro che, davanti a qualsiasi questione, se ne escono affermando “il problema è un altro…”, per cui espliciterò più avanti il mio punto di vista sulla questione. Permettetemi, però, di proporre prima qualche riflessione. Non v’è dubbio che, se rimanessimo all’interno della moneta unica con l’attuale architettura (statuto della Bce, politiche fiscali nazionali, budget comunitario in riduzione…) correremmo il serio rischio di essere economicamente strangolati. La contrazione del mercato interno e la rivalutazione dell’euro, che penalizzerà le nostre esportazioni, stanno già manifestando effetti distruttivi sul tessuto produttivo italiano. Allora usciamo, si dirà, così riacquistiamo la nostra sovranità monetaria. Sì, ma per farne cosa? Davvero pensiamo di risolvere i nostri problemi con la stampa di moneta? Non vi sembra una via d’uscita un po’ troppo facile per essere vera? L’Italia ha avuto la sua sovranità monetaria per oltre 30 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma non ricordo si vivesse in un paradiso terrestre e, d’altra parte, la condizione in cui ci troviamo adesso è il frutto anche di quegli anni.

Un ragionamento basato solo su stare o uscire dall’euro rischia di essere incompleto e fuorviante: al sistema produttivo, e a quanto vi sta dietro, non vogliamo dedicare neanche un pensiero? Eppure vi sarebbe ampia materia su cui ragionare.

Agricoltura. Continuiamo a cementificare la nazione? Pensiamo all’Emilia – Romagna, in testa alla poco edificante graduatoria del dissennato consumo del territorio. Riteniamo opportuno continuare a costruire, sopra uno dei migliori terreni agricoli del mondo, centri commerciali, parchi giochi, ville, villette, palazzoni, faraonici svincoli autostradali, nuove bretelle, raccordi e rotonde ciclopiche? Gli Ogm1 sono davvero dei mostri con cui le feroci multinazionali attentano alla nostra salute? Dall’altro lato, i prodotti biologici sono un lusso da radical chic o una prospettiva di sviluppo interessante? È funzionale allo sviluppo economico che, al contadino, un chilo di pesche sia pagato un cinquantesimo del prezzo di vendita al consumatore?

Industria. L’Ilva di Taranto deve essere chiusa perché inquina o va tenuta aperta perché dà lavoro a 20mila persone? Riteniamo irrilevante domandarci se l’Italia debba mantenere una presenza importante nel settore siderurgico?2 Ha senso importare pannelli fotovoltaici dalla Cina grazie agli incentivi energetici? Esiste il carbone pulito? Le nanotecnologie sono solo un divertimento per eccentrici? Vogliamo che rimanga nel nostro Paese un’industria automobilistica? Ci interessa avere imprese biotecnologiche in Italia? In tal caso, ha senso che la Chiesa possa imporre dei limiti alla ricerca genetica?

Turismo. È una risorsa importante o marginale per il nostro Paese? Qual è il rapporto costi / benefici del patrimonio culturale, decantato come il più importante al mondo? Perché non esiste nessuna rilevante catena alberghiera italiana? I turisti apprezzano l’impetuoso sviluppo edilizio modello “valle dei templi di Agrigento”? L’inquinamento delle acque è un problema solo per i poeti? Nelle nostre montagne preferiamo mantenere i boschi o costruire nuovi impianti di risalita per gli sciatori?

Cultura. È una persona colta chi non conosce il secondo principio della termodinamica? Un perito industriale è culturalmente inferiore rispetto a chi sa declamare passi della Divina Commedia? La matematica è una materia che piace solo ai disadattati? È giusto finanziare i teatri nel momento in cui non ci sono risorse da dedicare alla sanità? Preferiamo finanziare il festival di Sanremo o laboratori di fisica?

Quelle poste precedentemente sono solo alcuni esempi di domande che sarebbe opportuno porsi. Si tratta di scelte fondamentali per il futuro di qualsiasi nazione. Le alternative finanziarie o monetarie non possono essere autonome rispetto alle risposte ai quesiti cui ho accennato sopra. Sennò il dilemma euro o non euro è solo uno slogan senza un vero significato. Chi ha portato l’Italia ad aderire alla moneta unica l’ha fatto proprio sulla base di una superficiale logica euro-fideistica, senza preoccuparsi delle conseguenze sul tessuto produttivo nazionale. Eviterei di ragionare come queste persone.

Se approcciamo il problema da questo punto di vista, la questione della sovranità nazionale si pone in termini diversi. Perché la Germania o l’Olanda, che pure hanno perso anch’esse la loro moneta, non si struggono per tornare al marco o al fiorino? Non sarebbe meglio vivere in un Paese in cui la politica valutaria sia importante (lo rimarrà sempre), ma non una questione di vita o di morte (economica, naturalmente)?

La mia risposta è che la priorità da porsi oggi consiste in un piano per la ricostruzione dell’Italia, una nazione martoriata da una classe dirigente (non solo politica) arrogante, corrotta e incompetente. Senza questo passaggio, usare euro, eurosud, lire o sesterzi non fa poi molta differenza. Partendo da questo assunto, è chiaro che occorre negoziare con i partner comunitari per ottenere quelle misure (allentamento monetario, intervento della Bce per abbattere il costo degli interessi passivi sul debito pubblico, una politica fiscale ragionevole, forme di redistribuzione territoriale dei redditi, etc.) che servono a superare un momento particolarmente difficile e ad evitare di ricaderci dopo qualche anno. Se si trova un’intesa equilibrata, e non è detto che sia impossibile (la minaccia di uscita dei Paesi deboli rappresenta una non indifferente forza contrattuale), non vedo ragioni particolari per fuggire dall’Unione Monetaria. È evidente che se l’accordo non si trovasse e i Paesi forti si trincerassero in una irrazionale (o ipocrita) rigidità, allora i vantaggi di appartenere a questa unione monetaria sarebbero soverchiati dagli svantaggi. Quindi, addio euro. Senza rimpianti, ma consapevoli dei problemi che si porranno nell’immediato e del fatto che la svalutazione della nuova ipotetica lira è uno strumento che potrà funzionare solo parzialmente. Anche perché, come abbiamo visto in queste ultime settimane, l’Italia non ha l’esclusiva del deprezzamento competitivo della propria moneta: lo possono fare anche gli altri (Giappone docet). E se tutti si mettono a svalutare sono guai seri.

 1 Sull’uso degli Ogm in agricoltura Cenerentola si è espressa, dieci anni fa, contestando chi ne faceva un acritico elogio. Questo non significa che il loro impiego debba essere pregiudizialmente contrastato.

 2 A scanso di equivoci: non nutriamo alcuna simpatia per chi inquina senza riguardo per l’altrui salute e, a maggior ragione, per chi corrompe gli organismi di controllo al fine di continuare a farlo. Tuttavia riteniamo opportuno che in Italia esista un settore siderurgico e altrettanto opportuno che si decida in merito a quale deve essere il suo sviluppo.

Fonte:http://www.cenerentola.info/index.php/economia-e-finanza/1286-euro-o-non-euro-di-toni-iero

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3 comments

mariof Aprile 11, 2013 at 6:28 pm

Lira, sesterzi o euro non è una scelta indifferente: l'euro non è una moneta ma una forma di governo (autoritario) se non lo si capisce è tempo perso. Liberarsene è conditio sine qua non per riparlare di democrazia non solo economica ma sostanziale.

Informazione Consapevole Aprile 11, 2013 at 10:41 pm

In sostanza concordo con ciò che dici Mariof.L'euro è ormai insostenibile e conviene uscirne al più presto.Al contempo occorre riformare radicalmente il sistema politico e sociale italiano,evitando gli errori del passato.Saluti :).

Visentin Paola Gennaio 23, 2017 at 11:43 am

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