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Egitto, dal sogno alla rabbia

Intervista a Sherif Etman, responsabile delle relazioni internazionali dell’Egyptian Organization for Human Rights (Eohr)
Di Christian Elia

Sono passati nove mesi, ma il nuovo Egitto non è nato. Molti di coloro che hanno celebrato in piazza Tahrir la defenestrazione di Hosni Mubarak, sono di nuovo là. Solo che allora fraternizzavano con i militari, oggi gli chiedono di farsi da parte per consentire una reale evoluzione democratica del Paese. Una delle voci della piazza e della rivolta, oggi come allora, è il Egyptian Organization for Human Rights (Eohr), che dal 1985 riunisce legali e investigatori esperti di diritti umani. Durante il regime hanno anche pagato in prima persona le loro denunce, ma non si sono femrati. E non hanno intenzione di farlo adesso. PeaceReporter ha intervistato Sherif Etman, responsabile delle relazioni internazionali dell’organizzazione indipendente.<

br />Secondo le vostre informazioni, quante sono le vittime?
”Stiamo raccogliendo i dati e le testimonianze di questa nuova brutale repressione. Secondo le nostre fonti, sono almeno cento le vittime, dal 19 novembre a oggi, e non meno di 2mila i feriti. Ma le fonti ufficiali parlano solo di cinquanta morti e circa 500 feriti. Mentono”.
Com’è la situazione oggi al Cairo e nel resto del Paese?
”La situazione è più o meno la stessa in tutto l’Egitto. Dalle università alle piazze, c’è fermento, ma in tanti prendono un autobus o la macchina e se possono vengono al Cairo, perché la forza evocativa di piazza Tahrir è molto forte. Come una calamita, che attira persone che condividono la stessa rabbia, la stessa frustrazione. Si sentono, in qualche modo, truffati. E per chi non ha mai avuto speranze, la delusione attuale è grande. Per la maggior parte di loro la cacciata di Mubarak ha rappresentato una svolta nella vita. Una dichiarazione di speranza, d’amore, verso il futuro. Proprio per queste aspettative molto complesse, adesso, la rabbia è ancora più forte. Hanno sognato, per la prima volta. Non ci stanno a svegliarsi scoprendo che nulla è cambiato.
In giro ci sarà, più o meno, un milione di persone, ma la situazione è frammentata, non è facile fare dei conti. La grande maggioranza dei dimostranti è in piazza Tahrir, ma anche nelle vie e nelle piazze attorno. Gruppi si radunano davanti alle sedi delle organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti umani, per organizzarsi, e davanti al ministero degli Interni, per protestare.
Crede che gli scontri renderanno necessario un rinvio delle elezioni previste per il 28 novembre prossimo?
Al momento l’Alta Commissione egiziana per le elezioni e la giunta militare non hanno espresso una posizione chiara in proposito, ma la sensazione è che i seggi sarebbero davvero in balia della rabbia popolare, che in questo momento è focalizzata sui militari, che dovrebbero essere i responsabili dell’ordine pubblico. A maggior ragione adesso che il ministero degli Interni, con il governo dimissionario, non ha una guida chiara. Valutando tutte le variabili, credo che domani si possano avere informazioni più chiare in merito alle elezioni.
Dopo la caduta di Mubarak, è cambiata la situazione del rispetto dei diritti umani in Egitto?
Continuano ad essere violati come prima. Il problema è che non solo non si è voluto, per davvero e fino in fondo, colpire i responsabili delle atrocità di gennaio e febbraio, che non ha certo solo nei poliziotti in strada gli unici responsabili, ma ogni volta che il movimento di protesta ha tentato di alzare la testa, si sono riproposti gli stessi metodi violenti del passato. Anche perché, non va sottovalutato, a quasi tutti gli operatori della sicurezza manca una cultura del rispetto dei diritti umani. Un esempio: Mohamed Sobhi Shinnawi. Proprio oggi abbiamo denunciato il caso di questo agente di polizia ripreso in un video mentre spara in piazza contro civili inermi, alcuni di loro adolescenti. Un caso che il mio direttore ha denunciato in televisione, perché oggi possiamo farlo, e questo significa che questo Paese è cambiato comunque per sempre, perché l’impunità è diventata impossibile. Ma a maggior ragione, se la gente vede e nessuno paga, la rabbia diventa incontenibile.
Che cosa è cambiato da febbraio ad adesso? La gente è insoddisfatta di un mancato, vero, cambiamento?
Esiste una sensazione di malessere generale, riferita a tutti gli aspetti della vita. Politici come economici. La rabbia nasce dalla speranza di un cambiamento, atteso come una sorta di nuovo inizio, come una nuova nascita. Non è andata così e adesso sono i militari l’obiettivo di questa rabbia. Perché loro, ‘per la gente, rappresentano l’elemento che ostacola il cambiamento. Quello vero. In tanti si sono resi conto che il rovesciamento di Mubarak non ha posto davvero fine al suo sistema di governo, all’anima profonda del regime, al meccanismo di potere del quale lui era solo il vertice. Quello che è cambiato, dall’11 febbraio ad oggi, è solo la persona di Mubarak, non tutto quello che ha avuto in Mubarak il suo punto di riferimento. Adesso il popolo di piazza Tahrir l’ha capito. E non credo che tornerà indietro.

Da Peace Reporter

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