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E la Scandinavia pensa già alla “fuga” dall’Unione Europea

Di  Antonio Scafati

Siamo a fine gennaio. Un po’ a sorpresa, il primo ministro inglese David Cameron annuncia di voler sottoporre a referendum la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea. A Helsinki, Timo Soini, leader del partito dei Veri Finlandesi, esclama: facciamolo anche qui. Contro la sua proposta si sono schierati in molti: dal presidente della Repubblica Niinistö al premier Katainen. Ma la questione non s’è chiusa. Perché se è vero che di referendum non se ne terranno a Helsinki, è altrettanto vero che il rapporto tra Finlandia e Ue è un nervo scoperto. La posizione filoeuropeista del governo Katainen non si discute: la Finlandia è e resterà nell’Unione europea. Ha e manterrà l’euro.

Ma c’è altro. Commentando le parole di Soini, il ministro delle finanze Jutta Urpilainen ha detto che non serve una consultazione popolare ma servono riforme: ad esempio è necessario che i paesi dell’Europa Meridionale (vale a dire Italia, Grecia, Portogallo, Spagna) adottino una più rigorosa disciplina di bilancio. Appunto: bilanci statali, piani di salvataggio e denaro che non torna indietro.

Con la crisi economica, in Scandinavia c’è sempre meno voglia di tirar fuori soldi e vederli svanire oltre confine. Molti si sono sorpresi nello scoprire una Finlandia capace di sbattere i pugni sul tavolo. I finlandesi popolo mite e accondiscendente? No. Non più. Non in questi anni di crisi. Era il luglio 2011, la Grecia attendeva gli aiuti da Bruxelles e Helsinki chiedeva in cambio della propria parte una garanzia insolita: il Partenone. Una provocazione ma anche e soprattutto la cartina tornasole di un euroscetticismo che negli ultimi anni è diventato palpabile. Un euroscetticismo diffuso con cui tutti i partiti in Finlandia devono fare i conti.

Timo Soini con le critiche a Bruxelles ci ha costruito una fortuna politica. Alle elezioni dell’aprile 2011 il suo partito si è arrampicato al 19%. In quei giorni a Bruxelles tremarono, temendo un ingresso dei Veri Finlandesi nel governo di Helsinki. Cosa che poi non avvenne. Ma le politiche comunitarie in Finlandia sono diventate lo stesso argomento centrale nelle campagne elettorali. Un po’ come in Italia. Prendiamo le amministrative dello scorso ottobre: secondo i sondaggi la metà dei finlandesi ha votato pensando non solo a temi come i trasporti e la sanità ma anche ai piani di salvataggio messi a punto da Bruxelles. E circa il 30% dei voti sono andati a partiti più o meno critici nei confronti delle politiche Ue.

Il fatto è a Helsinki è diffusa la convinzione di essere in cattivissima compagnia. In Europa, la Finlandia è, secondo l’agenzia Moody’s, l’unico paese con un outlook stabile. Le pagelle degli altri non sono altrettanto buone. Secondo un sondaggio di gennaio, il 67% dei finlandesi è convinto che la crisi nel Vecchio Continente non sia affatto conclusa. Anzi: il peggio deve ancora venire. E in una fase economica non facile com’è quella che sta attraversando anche la stessa Finlandia, è facile capire come ci sia poca voglia di spendere denaro per salvare nazioni che sono nei guai per causa loro. Se a questo aggiungiamo che sono molti quelli a ritenere l’Unione europea un’entità litigiosa e burocratica, sostanzialmente incapace di prendere decisioni coraggiose, allora il quadro è completo. L’Unione europea prende molto e restituisce poco.

La Finlandia appare come il più critico dei paesi nord europei nei confronti di Bruxelles per un semplice motivo: ha l’euro. E che il nord Europa non sia mai stato tra i più accesi sostenitori della moneta unica lo fa capire già questo. Svezia, Danimarca, Norvegia e Islanda hanno mantenuto la propria valuta nazionale. E a cambiare non ci pensano. A fine gennaio, il quotidiano svedese Svenska Dagbladet ha pubblicato uno studio interessante. Quali sono le parole più utilizzate dai partiti? In pratica: quali argomenti tengono banco? Dando uno sguardo alla frequenza con cui viene utilizzata la parola “Unione europea”, si scopre che il partito socialdemocratico negli ultimi anni ne ha parlato sempre di meno. Ed è un cambio di rotta rispetto al passato. Insomma i laburisti tendono ormai a mettere in disparte un tema al quale sono stati molto vicini e molto a lungo. Nel 2003, ad esempio, i laburisti sostennero il referendum per l’adozione della moneta unica. Andandoci a sbattere: la proposta fu respinta. Chi è allora negli ultimi anni ad aver citato più volte nei propri discorsi l’Unione europea? I Democratici Svedesi. Che a Stoccolma rappresentano la forza più euroscettica nello scenario politico. Un segnale chiaro del modo di guardare a Bruxelles che si sta imponendo a Stoccolma.

Al vertice europeo dello scorso febbraio, Svezia e Gran Bretagna hanno marciato fianco a fianco guidando il gruppo delle nazioni decise ad ottenere un bilancio continentale meno esoso rispetto al precedente. Obiettivo raggiunto. Stoccolma ha anche preteso e ottenuto uno sconto sul proprio contributo. Identico risultato lo ha strappato la Danimarca, dove la premier laburista Helle Thorning-Schmidt era scesa a Bruxelles pronta ad utilizzare l’arma del veto. Accerchiata in patria da ogni tipo di problema politico, Thorning-Schmidt non poteva permettersi anche un fallimento internazionale. Quel che serviva era tornare a casa con un sostanzioso sconto ed esibirlo come una vittoria, intercettando l’umore della gente. Se se è vero infatti che il 51% dei danesi vuole rimanere nell’Unione Europea (dati pubblicati dal Jyllands-Posten a fine gennaio), è altrettanto vero che il 47% dice di voler rinegoziare più favorevolmente le condizioni della partecipazione danese all’Ue.

Insomma si direbbe che Bruxelles abbia perso fascino. Almeno in Nord Europa. E se un paese come la Norvegia di entrare nell’Ue non ci pensa proprio, un altro ci aveva pensato ma ha cambiato idea. È l’Islanda. Ad aprile l’isola andrà al voto e con tutta probabilità dalle urne uscirà una maggioranza conservatrice convinta che Bruxelles non sia la soluzione. Del resto, rispetto al 2009 (quando i socialdemocratici ancora oggi al governo avviarono i colloqui per portare il paese nell’Ue) la situazione economica è decisamente cambiata: allora l’isola era nel pieno del ciclone finanziario, oggi vanta una disoccupazione al 5,8% e un’economia in netta ripresa. Agganciarsi al Vecchio Continente non sembra più vantaggioso. Gli islandesi lo ripetono ogni volta che possono: secondo un sondaggio di metà febbraio, il 63,3% è contrario ad entrare nell’Ue.

Nel caso islandese non ci sono però solo calcoli economici: c’è anche il carattere di un popolo che al di là delle dominazioni che si sono succedute nel corso dei secoli è sempre stato abituato a cavarsela da solo. Un popolo con un orgoglio notevole. Difficilmente gli islandesi avrebbero accettato le regole dettate da Bruxelles, soprattutto in un settore importante come quello della pesca. Fierezza scandinava, insomma, che si traduce in una spiccata propensione a mantenere intatta la propria sovranità nazionale. A questo aggiungiamoci la crisi economica e un’Ue con tanti difetti. Le radici dell’euroscetticismo in Nord Europa sono queste. Radici solide, e infatti la pianta attecchisce sempre di più.

Fonte:http://www.linkiesta.it/scandinavia-no-euro

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