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A Durban grande manifestazione ma le trattative sono ancora in stallo

 Di Marica Di Pierri
 Il vertice di Durban in cui si stanno decidendo le future politiche climatiche è ancora in fase di stallo. Ma la società civile organizzata è arrivata in forze soprattutto da Africa e America Latina. E ieri è scesa in piazza.

Qui a Durban è domenica, e i lavori della Conferenza Onu sul clima sono fermi dopo la prima settimana di negoziazioni. Una settimana piena di tavoli tecnici e di confronti tra negoziatori, da cui tuttavia nulla di sostanziale è ancora emerso. I principali punti in discussione, la prosecuzione del protocollo di Kyoto dopo il 2012 e la creazione del Fondo Globale per il Clima sono, dopo cinque giorni di lavori, praticamente al punto di partenza. 

Sulla prima questione la settimana di lavori appena conclusa ha confermato la polarizzazione delle posizioni in due gruppi: da una parte Europa, G77 e anche la Cina che (quest’ultima a patto che i paesi industrializzati facciano lo stesso) spingono per un accordo che definisca precisi impegni a partire dal 2013; dall’altro lato la monolitica contrarietà ad ogni impegno da parte degli Stati Uniti, cui si sono uniti Australia, Giappone e Canada che mina i negoziati finalizzati alla ricerca di un accordo. Sulla seconda questione, il Green Cimate Fund, gli impegni pur generici presi giusto un anno fa a Cancun non sono stati confermati qui in Africa. Gli Stati Uniti chiedono che siano anche i paesi in via di sviluppo a contribuire al fondo, e i dibattito sembra aver intrapreso la strada di una contribuzione volontaria, che tradirebbe l’intenzione di stanziare cospicue somme per aiutare i paesi del sud a far fronte alle emergenze causate dal clima. 
Per il resto i negoziati si concentrano su temi che per i movimenti sociali sono oggetto di denuncia più che di cronaca politica: molti sono infatti gli spazi di discussione dedicati a Redd e Carbon trade, venduti entrambi come soluzioni alla crisi climatica ma che non aiutano in alcun modo a ridurre le emissioni, vero ed unico obiettivo (disatteso) dei 17 vertici Onu che si susseguono, con una frequenza quasi annuale, da circa 20 anni. Nel frattempo la società civile, circa 2000 i delegati di organizzazioni sociali registrati presso il campus dell’università Kwuzulu Natal, si riunisce confrontando esperienze e discutendo di soluzioni concrete: sostegno alle economie locali ed all’agricoltura organica, investimenti per riconvertire l’economia creando posti di lavoro e assieme rispondendo efficacemente alla sfida posta dal clima; necessità di adeguare la normativa internazionale all’emergente questione dei profughi ambientali, potenziamento di una rete globale che lavori a doppia velocità – a livello locale e internazionale – sulla giustizia ambientale e sociale. 
Sabato 3 dicembre si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Globale di Azione sul Clima, arrivata alla settima edizione, che ha avuto il suo appuntamento principale proprio qui a Durban. Diecimila persone si sono ritrovate ieri mattina nel cuore della città per dare vita ad una lunga e colorata manifestazione che ha marciato per ore sotto un sole intermittente fino a giungere davanti al palazzo dell’Hilton che ospita i negoziati ufficiali. Un corteo animato dai canti delle delegazioni dei numerosi movimenti sociali nazionali presenti, dai sindacati ai senza terra, dal movimento di lotta per la casa alle organizzazioni contadine. Gli slogan chiedono giustizia ambientale e sottolineano l’urgenza di far fronte alla crisi del clima per smettere di “cucinare l’Africa”, intervallati da canti tradizionali dalla straordinaria forza suggestiva. La maggior parte dei manifestanti sono locali, ma non mancano delegazioni di altri paesi africani e dell’America Latina. 
Esigua la presenza di delegazioni europee, di solito corpose, a testimoniare le scarse aspettative riposte in questo summit. “Siete italiani?” chiede un attivista nigeriano di Era, l’Environmental Right Action. “L’industria del petrolio produce distruzione ambientale e povertà ed è un fattore centrale nei cambiamenti climatici. L’Eni continua a distruggere i nostri territorio assieme alle altre compagnie petrolifere. In mezzo secolo il delta del Niger è stato totalmente distrutto, i diritti di 20 milioni di persone calpestati e il paradosso è che i vostri governi criminalizzano i miei connazionali che migrano verso l’Europa. E’ una doppia violazione dei nostri diritti”. 
Le migrazioni per cause ambientali e climatiche sono l’ultima beffa ai danni dei paesi più vulnerabili. E’ un tema di cui si occupano molte reti internazionali. Anche Accion Ecologica, una delle maggiori organizzazioni ecologiste dell’America Latina, parla della necessità di andare oltre una economia basata sui combustibili fossili. “Attraverso l’osservatorio Oilwatch portiamo avanti da anni in tutto il mondo una campagna contro le estrazioni petrolifere. Proponiamo la conservazione del greggio nel sottosuolo. Il petrolio è destinato a finire. Abbiamo il dovere di immaginare una transizione e il diritto di pretenderla da subito. Distruggere delicati ecosistemi, continuare ad inquinare l’atmosfera, i territori, l’acqua – ancor più con la tremenda crisi ecologica e climatica che stiamo vivendo – è una scelta miope contro la quale dobbiamo attivarci. ” 
Una analoga prospettiva di transizione è espressa dai rappresentanti della Rete Italiana per la Giustizia Sociale ed Ambientale presenti in Sud Africa “siamo convinti della necessità di organizzarci a livello globale ma contemporaneamente crediamo sia fondamentale portare avanti nelle nostre città processi di articolazione tra attori diversi – amministratori, sindacati, forze produttive, società civile – che rendano socialmente desiderabile un cambio di rotta. Che poi, ad essere sinceri, è l’unica via possibile per salvarci”, precisa Giuseppe De Marzo, di A Sud. La consapevolezza che siamo tutti strettamente legati in questa vertenza globale sul clima è presente nei vari spezzoni del corteo e nelle aule in cui si discute e ci si confronta: “o vinciamo questa sfida assieme o tutti assieme ne pagheremo le gravissime conseguenze” – chiosa Trevor, sudafricano del movimento per la sovranità energetica. Il pianeta è uno, sottintende. Anche la comunità che lo difende deve dunque essere una, e globale. 

*A Sud

Da il Manifesto

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