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Dante e i Fedeli d’Amore

Di Roberto Sestito
Nel 1928 Arturo Reghini, fiorentino come Dante, attirava l’attenzione degli studiosi della Divina Commedia sull’opera di Luigi Valli “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”, libro che inaugurava, nel campo degli studi danteschi, una nuova, interessante e affascinante via di ricerca sulla lingua del sommo poeta e sulla misteriosa setta esistita a Firenze nel XIII° secolo.
Citando ampi brani dello scritto di Arturo Reghini intitolato: IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FEDELI D’AMORE  apparso sulla rivista UR con lo pseudonimo Pietro Negri, ci occuperemo di un argomento che oggi come allora ha avuto scarsi approfondimenti, nonostante abbia suscitato e continui a suscitare in Italia e in Europa una varietà di commenti e a sollevare appassionati dibattiti. Come avviene in casi come questi, da una parte troviamo gli scettici che reagiscono irritati di fronte alle novità e i negazionisti  per partito preso, dall’altra i ricercatori assetati di verità: in una riedizione in chiave moderna dei guelfi e ghibellini essi si combattono senza esclusioni di colpi.
Lo stesso Luigi Valli, nel 1926 (due anni prima della pubblicazione del “Linguaggio Segreto”) aveva già messo in subbuglio l’ambiente letterario conservatore  con il libro “La chiave della Divina Commedia”; procedendo felicemente lungo la linea interpretativa tracciata dal Foscolo, seguita dal Rossetti, dal Perez, dal Pascoli, era riuscito a porre in evidenza trenta simmetrie tra l’Aquila e la Croce ed a rintracciare, almeno in parte, sotto il velame delli versi strani la dottrina nascosta di Dante.
Secondo il Valli, il pensiero di Dante abilmente occultato nel suo linguaggio, sarebbe sinteticamente questo: la Croce si è dimostrata impotente a redimere di fatto l’umanità, e non può redimerla da sola. Occorre il concorso dell’Aquila, ossia dell’autorità e della giustizia imperiale; occorre ristabilire l’Impero, ritogliere alla chiesa l’infausta dote datale da Costantino; avrà fine  senz’altro la corruzione del clero e l’umanità, grazie alla doppia virtù della croce e dell’aquila potrà finalmente salvarsi.
Dante denunciava apertamente i predicatori di ciance che non possedevano il verace intendimentodato da Cristo al suo primo Convento, e pensava all’intervento dell’Aquila imperiale per salvare l’umanità. Questa concezione ardita e per quei tempi eterodossa inspirava non solo gli scritti ma l’azione stessa di Dante, intesta a realizzare il programma con l’intervento dell’Ordine del Tempio prima e dello stesso Imperatore poi.
Seguendo il filo di questo studio, la storia e le lotte di quei tempi, oggetto de “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”, prendono un aspetto inaspettato ed insospettato. Con un lavoro paziente, metodico ed imponente l’autore, riprendendo l’opera incompresa e negletta di Gabriele Rossetti, dimostra l’esistenza nella letteratura italiana degli inizi di un linguaggio segreto, di un gergo settario, il gergo dei Fedeli d’Amore. Ne decifra il senso, l’allegoria dottrinale settaria e politica e riporta alla luce un movimento, ispirato alla tradizione italica, pitagorica e neo-platonica.
Di conseguenza, i poeti d’amore (tra i quali eccellono Dante e Cecco d’Ascoli), gli scrittori del “dolce stil novo”, che sembravano perduti nel canto di un loro amore assurdo, manierato e inconsistente, si trasformano in paladini della loro Fede Santa.
L’amore di cui ardeva il cuore dei Fedeli d’Amore ricorda i versi mistici della poesia persiana e quelli del “Cantico dei Cantici”. Gabriele Rossetti lo fa discendere dal mistero dell’amor platonico che, nonostante la trasparente bellezza e la sublime perfezione, continua ancor oggi a sollevare curiosi dubbi e indecenti interrogativi.
Il Valli ha dimostrato che la rosa, il fiore, la donna, l’unico oggetto di questo amore sotto vari nomi, è l’intelligenza attiva che innamora di sé l’intelletto possibile; è, come canta Dino Compagni nella poesia L’Intelligenza:
L’Amorosa Madonna  Intelligenza
Che fa nell’alma la sua residenza 
Che con la sua beltà m’ha innamorato
o, come Dante, che al principio della Commedia parla della
… divina potestate, la somma sapienza e il primo amore,
ponendo il suo amore in una triade simile alla sephirot della Cabala: kether, cochma, binah, ossia la Corona, la Sapienza e l’Intelligenza, sulla quale alcuni secoli dopo Tommaso Campanella costruirà la sua Metafisica.
Se questa è la donna, la domina dei Fedeli d’Amore, appare logico che Francesco da Barberino nei suoi “documenti d’Amore” ponga la docilitas, la docilità, per prima tra le dodici virtù che l’Amore deve risvegliare.
Questa verità era conosciuta fin dai tempi più antichi, perché ne troviamo l’impronta in più di una lingua. In latino (e in italiano) la parola disciplina ha il duplice senso di scienza e di costrizione. Alla voce discere che significa apprendere, è dunque intimamente legato il concetto che nel linguaggio cristiano denominava disciplina il tenore rigoroso di vita e la regola monastica dei religiosi. La voce docile che esprime la mansuetudine di carattere, la remissività dell’animo, viene dal verbo docere che vuol dire insegnare; è docile, cioè atto ad essere istruito, chi è docile di carattere. La passività della coscienza è dunque conforme alla docilità di carattere. Nè questa conformazione si limita all’antichissima sapienza italica che Vico ricercava nelle origini della lingua latina.
La parola sanscrita yoga , il metodo, la regola, la pratica per raggiungere la conoscenza è affine alla parola jugum di cui parla Gesù nel Vangelo (Matt.II, 24-30).
Luigi Valli riteneva che Gabriele Rossetti, nella sua imponente opera in 5 volumi su “Il Mistero dell’Amor platonico nel Medio Evo”, attingesse alla conoscenza di antiche tradizioni segrete e soprattutto allo studio sistematico del gergo settario medievale.
Abbiamo veduto che l’Amore è l’Intelligenza attiva ed è, dice Dante nell’ultimo verso della Commedia, l’Amor che move il sole e l’altre stelle.
Nell’intelletto possibile del Fedele d’Amore questa intelligenza è desta ed attiva, mentre nel profano è dormiente e inoperosa. Conseguentemente, nel gergo settario dormiresignifica essere nell’errore, essere lontano dalla verità. E’ il simbolismo usato da Dante negli ultimi canti del Purgatorio, in cui all’immersione nel fiume Lete, il fiume del sonno e dell’oblio, segue quella nell’Eunoé, in virtù della quale, come pianta novella (neo-fita) rinnovellata di novella fronda, Dante diviene puro e disposto a salire alle stelle, ossia capace si ascendere al “regno dei cieli”.
Com’è noto si tratta di un simbolismo pagano, adoperato da Virgilio e da Platone, e che si ritrova nell’orfismo e nei misteri eleusini. Ivi al fiume Lete che travolge la coscienza degli uomini, è contrapposta la fresca sorgente della Memoria o la virtù mnemonica del melograno, che dona il risveglio e l’immortalità.
L’anamnesi platonica, il ricordo, si identifica con la conoscenza e, di conseguenza, la verità, la a-leteia, si ottiene con la negazione, col superamento del Lete. Il conseguimento della verità è una conquista della coscienza sopra il sonno e la morte; occorre mantenere la continuità della coscienza attraverso il sonno e la morte.
L’amore ha dunque la capacità di sottrarre il neo-fita al sonno e alla morte, dando al Fedele d’Amore una vita nuova.
Ciò si raggiunge per gradi di perfezionamento successivo, come è provato nei “Documenti d’Amore” di Francesco da Barberino, dove nei primi gradi il Fedele d’Amore è rappresentato trafitto dal dardo d’amore e negli ultimi è rappresentato con delle rose in mano.
Interessanti analogie ci è dato di scoprire inoltre tra il simbolismo dei Fedeli d’Amore con l’ermetismo e l’alchimia, ciò che prova certamente un legame poco esplorato tra le confraternite medievali e le correnti sapienziali italiane.
L’affinità tra il simbolismo d’amore e quello ermetico ed il legame tra le due tradizioni  risultano manifeste per la presenza del Rebis ermetico in uno dei disegni che illustrano i “Documenti d’Amore” di Francesco da Barberino.
La figura del Rebis o androgino ermetico riprodotta dal Valli risale al tempo di Dante, ma la più antica rappresentazione dell’ermafrodito ermetico e la sua connessione con l’alchimia viene attribuita a Zosimo di Panopoli filosofo vissuto tra il III° e il IV° secolo dell’era volgare.
Altre concordanze col simbolismo e con la terminologia alchemica si ritrovano nei versi di un oscuro poeta d’amore, Nicolò dei Rossi, il quale in una sua canzone esprime i gradi e la virtude del vero amore. Questi gradi sono quattro: il primo si chiama liquefatio,che si oppone – dice il de Rossi – alla congelazione;  il secondo grado si chiamalanguor, il terzo zelus e nel quarto l’amore attinge il punto sommo mediante l’estasi oexcessus mentis.

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