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Dall’Australia una possibile cura per il morbo di Alzheimer

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Con una dolce metafora, il morbo di Alzheimer viene chiamato ‘La malattia del lungo addio’. Libri e film l’hanno raccontato; tanti se ne sono ammalati (ad esempio, fra i pazienti famosi ci sono le attrici Ava Gardner e Rita Hayworth e l’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan). Attraverso cinque fasi, chi ne viene colpito perde gradatamente la memoria, il linguaggio e le capacità motorie. Un recente film, ‘Still Alice’, tratto dall’omonimo romanzo di Lisa Genova, per la prima volta racconta il dramma dal punto di vista della persona che ne viene colpita.

Per il morbo di Alzheimer, una speranza arriva dall’Australia. Il morbo di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa che, in genere, salvo casi di precocità, colpisce a partire dai 65 anni di età. In Italia gli ammalati sarebbero circa 500 mila; nel mondo oltre 26 milioni. Data la maggiore longevità femminile, risulta esservi una prevalenza di donne ammalate sugli uomini. Ebbene, una piccola speranza di trovare una cura sta emergendo in Australia, anche se si è ancora al livello di cavie animali.
I ricercatori dell’Università del Queensland stanno sperimentando una nuova terapia, a base di ultrasuoni, attraverso la quale se ne indirizzano fasci che hanno l’effetto di ripristinare la memoria e di ripulire il cervello compromesso. Si è scoperto, infatti, che i fasci ultrasonici sono in grado di distruggere il 75% delleplacche amiloidi, considerate le conduttrici dell’Alzheimer, in quanto si depositano nell’encefalo e spezzano la funzionalità dei neuroni.
Naturalmente, la risposta positiva è venuta da sperimentazioni sui topolini; i fasci indirizzati sulle placche avrebbero l’effetto di stimolare alcune cellule immunitarie, la micraglia. Sono queste a distruggere le placche amiloidi che provocano la degenerazione delle funzioni cerebrali del soggetto colpito da Alzheimer. Un vantaggio della terapia è quello di evitare i farmaci, in particolare i neurolettici, che hanno controindicazioni per le funzioni cardiovascolari. Conclusasi la sperimentazione sulle cavie animali, però, i ricercatori dovranno studiare come calibrare la terapia sia sul cervello umano, ben più esteso, sia riguardo allo spessore delle ossa craniali.

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