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Dai Buddha afghani alla Mesopotamia, l’odio per l’arte dell’islamismo radicale

Di Giovanni Masini
Abbiamo tutti ancora negli occhi le terribili immagini della devastazione del museo di Mosulad opera dei miliziani del sedicente Califfato Islamico.
Miliziani dell’Isis
Ma davvero dietro all’odio dell’estremismo islamico per le espressioni dell’arte c’è solo la volontà di impressionare l’opinione pubblica occidentale, con immagini che colpiscono allo stomaco con la forza di un pugno? O piuttosto quest’odio nasconde la volontà di adempire a un principio religioso che vieta le raffigurazioni di oggetti animati?
Il rapporto tra islam e arte figurativa è lungo e controverso. Se in generale nella tradizione religiosa e artistica dei musulmani vige il divieto di raffigurare figure umane ed animali – la cosiddetta iconoclastia – le eccezioni alla regola esistono (ad esempio, nell’arte iraniana). È un fatto, però, che nei territori controllati dalle forze più reazionarie dell’estremismo islamista le forme d’arte giudicate non conformi vanno incontro a un destino inesorabile: la distruzione totale.
Sin dal marzo 2001, quando i talebani allora al governo in Afghanistan distrussero le colossali statue del Buddha scavate nella roccia a Bamiyan, le immagini della distruzione dell’arte non conforme ai dettami dell’interpretazione più radicale dell’islam hanno ferito e continuano a ferire la sensibilità di miliardi di persone nel mondo. Opere artistiche con millenni di storie sparite per sempre, distrutte dalla furia di fanatici religiosi determinati a non fermarsi davanti a nulla.
La scellerata iniziativa dei talebani è tornata d’attualità, purtroppo, negli ultimi mesi. Dai territori iracheni e siriani in mano ad Isis, là dove ebbe i natali anche la civiltà occidentale, continuano a succedersi i filmati dei vandalismi contro l’arte, debitamente diffusi per colpire l’Occidente alle radici della sua identità culturale.
Di ieri la notizia della distruzione del sito assiro di Hatra, raso al suolo con le ruspe e depredato dei monili d’oro e d’argento. A gennaio i jihadisti dell’Isis avevano fatto saltare in aria le antiche mura di Ninive, fatte costruire dai re assiri nell’ottavo secolo avanti Cristo. Tra l’estate e l’autunno era stato il turno della tomba di Giona a Mosul e della Chiesa verdedi Tikrit, considerati luoghi di apostasia la cui esistenza sarebbe incompatibile con il governo del Califfo. E tutto questo senza contare l’accanimento contro libri e biblioteche, che da Raqqa a Mosul, dal Cairo a Tripoli, continuano a bruciare.
Da ultimo, la distruzione della città assira di Nimrud, con l’agghiacciante promessa diradere al suolo anche le Piramidi egizie. Poco importa che non raffigurassero uomini o animali, sono comunque espressioni di una fede religiosa inammissibile: la condanna alla distruzione è inevitabile.
E se pensiamo che Isis minaccia da vicino siti archeologici di inestimabile valore, come le città romane in terra di Libia di Leptis Magna e Sabratha, possiamo solo sperare e pregare che non debbano andare perduti altri millenni di storia e di civiltà. Che non appartengono solo a chi ha contribuito a dare loro forma, ma a tutta l’umanità.

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