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Crimea: la complessa situazione delle minoranze dopo l’annessione russa

Di Pietro Scartezzini

Ancora oggi un nutrito gruppo di minoranze e popolazioni indigene presenti in tutto il pianeta sono a rischio a causa degli egoismi dei governi nazionali, nonostante la crescita dei meccanismi di protezione internazionale a seguito della prima e soprattutto della seconda guerra mondiale.


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Uno dei casi recenti più eclatanti è sicuramente quello riguardante il conflitto russo-ucraino. La crisi che ha coinvolto questi due Paesi ha avuto e ha tuttora gravi ripercussioni sui gruppi minoritari viventi in Ucraina (gli ucraini stessi e i tatari), specialmente nel sud est del paese e in Crimea, dove circa il 60% della popolazione è di etnia russa. La situazione è divenuta ancora più complicata dopo l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa. Tale annessione fu possibile grazie al referendum-farsa del marzo 2014, da considerarsi illegalesecondo il diritto internazionale, come ribadito dalla Risoluzione GA/11493 dell’Assemblea Generale dell’ONU e da autorevoli esperti in materia. Si può così affermare che la Crimea è oggi de facto parte della Russia, ma non de jure.
Nonostante tutti gli strumenti e meccanismi nazionali ed internazionali esistenti, che dovrebbero avere lo scopo di proteggere minoranze e popoli indigeni, situazioni come quella sopracitata continuano ad avvenire. Se ne deduce quindi che i meccanismi esistenti di tutelahanno urgente bisogno di modifiche e miglioramenti, per evitare di essere ancora testimoni inermi di simili tragedie.
Come riportato da varie fonti (si possono citare i report ufficiali di ONU, OSCE, Consiglio d’Europa e organizzazioni non governative quali Amnesty Internationalogni giorno ucraini e tatari vengono perseguitati dalle autorità de facto russe locali. Esempi lampanti sono le difficoltà che incontrano queste popolazioni nel praticare la loro religione (musulmana) o parlare la propria lingua (tataro e ucraino) in pubblico senza ricevere insulti, provocazioni, minacce o addirittura azioni punitive. Un altro caso eclatante è il divieto emesso nei confronti dei leader del Mejlis (l’organismo governativo della minoranza tatara in Crimea) Mustafa Cemilev e Refat Chubarov di entrare in territorio crimeano per i prossimi cinque anni, con l’accusa di istigazione al terrorismo.
Le azioni concrete realizzate dalle tre organizzazioni internazionali (ONU, OSCE, Consiglio d’Europa) sono state per lo più deboli e poco concrete. Uno dei motivi principali di questo fallimento è dovuto al fatto che l’Alto Commissario per le Minoranze Nazionali dell’OSCE e il segretariato della Convenzione Quadro sulle Minoranze Nazionali del Consiglio d’Europahanno avuto la possibilità di visitare la penisola solo per pochi giorni. Addirittura, alla Relatrice Speciale ONU sulle Questioni delle Minoranze non è stato nemmeno concesso il diritto di entrare in Crimea. Ha costituito inoltre un grande ostacolo alla riuscita degli obiettivi preposti la ristrettezza del mandato in loro possesso.
Le tre organizzazioni internazionali hanno utilizzato in generale lo stesso metodo iniziale di approccio al problema. Si sono realizzati incontri con persone vittime di abusi e con rappresentanti delle minoranze coinvolte e delle autorità locali. L’elaborazione delle loro testimonianze in report ufficiali e resi pubblici ha avuto e ha tutt’ora il fine di esercitare pressione politica nei confronti del governo di Putin, di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sul tema e di indurre le maggiori potenze ad inserire la problematica della tutela delle minoranze tra le priorità della comunità internazionale.  Tuttavia, si può notare come le tre istituzioni sopramenzionate abbiamo analizzato i vari problemi da prospettive differenti.
L’ufficio della Relatrice Speciale ONU sulle Questioni delle Minoranze, in stretta collaborazione con l’UNHCR (l’agenzia ONU per i rifugiati), si è concentrato principalmente sulla tragica condizione dell’oltre mezzo milione di sfollati presenti su tutto il territorio ucraino, Crimea compresa. Inoltre, anche il Segretario Generale ONU Ban Ki-moon ha reclamato la possibilità di accesso illimitato alla penisola (fin ad oggi non accordato dal governo russo) al fine di monitorare direttamente le possibili violazioni dei diritti umani e le condizioni di vita dei gruppi minoritari.
L’ufficio dell’Alto Commissario per le Minoranze Nazionali dell’OSCE si è invece soffermato soprattutto sui problemi in materia religiosa e linguistica che affliggono ucraini e tatari. Il limite principale alla libera pratica religiosa è rappresentato dall’obbligo di registrazione delle organizzazioni religiose secondo la legislazione russa, la quale, grazie alla presenza di un’infinita burocrazia e di insormontabili ostacoli, risulta di una complicatezza inaudita. Di conseguenza, risulta praticamente impossibile sia svolgere l’attività clericale che praticare la religione come fedele. Per quanto riguarda invece la questione della lingua, è ormai avanzata la sostituzione della lingua russa a quella ucraina nei vari istituti educativi che già non la usavano.
Gli ufficiali del segretariato della Convenzione Quadro sulle Minoranze Nazionali del Consiglio d’Europa hanno analizzato principalmente la condizione dei tatari, cercando insistentemente una genuina collaborazione con le autorità locali al fine di perseguire una pacifica coesistenza tra i vari gruppi etnici presenti da secoli sulla penisola. È inizialmente apparso come un notevole segno di conciliazione il fatto che i membri del nuovo governo di Crimea abbiano più volte ribadito la volontà di salvaguardare la comunità tatara, mantenendo intatto lo speciale status della lingua tatara (parlata ed insegnata sin dalle scuole primarie) e continuando a concedere la possibilità di osservare le feste religiose musulmane. Tuttavia, il compromesso che si era palesato è stato screditato da di episodi deplorevoli verificatisi dopo la partenza dei delegati del Consiglio d’Europa: uno su tutti, la distruzione della sede governativa del Mejlis a Simferopoli e lo sfratto di tutti i suoi dipendenti.
Infine, dopo che i tatari di Crimea sono stati riconosciuti come popolo indigeno da vari organi internazionali (spicca tra questi il Forum Permanente sulle Questioni Indigene dell’ONU, nel 2013), con tutto quello che ne consegue in materia di diritti e doveri da parte degli stati in cui vivono, anche l’ufficio della Relatrice Speciale ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni  ha iniziato ad analizzare i problemi che affliggono questa popolazione. Tuttavia, non è stata ancora presa in considerazione alcuna concreta iniziativa specifica.
Pur avendo a disposizione vari strumenti e meccanismi internazionali che dovrebbero servire a salvaguardare i gruppi minoritari nel mondo, gli attuali metodi mancano di efficienza e concreta utilità. La messa in atto degli interventi delle forze diplomatico-governative dovrebbe divenire una questione prioritaria, perché queste rappresentano uno strumento essenziale nel conseguimento della completa tutela delle minoranze. È inoltre decisivo che i governi nazionali acquisiscano maggiore consapevolezza delle condizioni di vita delle minoranze nel mondo, inclusa quella tatara di Crimea sotto l’occupazione russa della penisola.

FONTE:http://www.eastjournal.net/archives/64551

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