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Contro il mercato – per il libero scambio

Di Gian Piero De Bellis
C’è una parola che si sente in continuazione, utilizzata a dismisura, alla televisione, sui giornali, nelle conversazioni accese tra fautori di tesi opposte e di opposte esigenze e visioni del mondo. La parola in questione è: mercato.

Il termine mercato suscita passioni e valutazioni talmente contrastanti che forse sarebbe utile spendere un po’ di tempo a riflettere sul significato e sull’uso di questa parola.

Se prendete il vocabolario Zingarelli (undicesima edizione) trovate come prima definizione di mercato: “Luogo ove si adunano venditori con la merce per contrattare e negoziare, emporio”. Come esempi vengono citati: “mercato di frutta e verdura, mercato del bestiame, mercato del pesce.”

Solo al quarto posto nella lista dei significati troviamo quello che è diventato di uso corrente, soprattutto ad opera di giornalisti, e cioè mercato come “complesso degli scambi di tutti i prodotti in un determinato paese o in una data area”.
Comunque anche in questa ultima definizione che non è né la prima né la principale troviamo una serie di parole concrete e identificabili nella realtà dei fatti come: scambi, prodotti, area.
Se confrontiamo le definizioni del vocabolario con l’uso corrente ad opera di politici e giornalisti ci rendiamo subito conto che, durante il periodo dello statismo e della manipolazione dei cervelli da esso operata, una parola estremamente concreta come mercato, con riferimenti estremamente concreti (scambi, prodotti, area) è diventata una astrazione totale, reificata (divenuta cosa esistente di per sé) e personificata (quasi fosse un essere vivente).
Questo, in linguaggio scientifico si chiama ipostatizzazione.
Prendiamo di nuovo il vocabolario Zingarelli e leggiamo: “Ipostatizzazione = Trasformare arbitrariamente una entità fittizia e accidentale come una parola, un concetto, in una vera e propria sostanza”.
Nel testo The Ultimate Foundation of Economic Science von Mises scrive: “Il nemico peggiore della lucidità di pensiero è la propensione a ipostatizzare, vale a dire attribuire sostanza o esistenza reale a costrutti o concetti mentali.”
Ma perché l’ipostatizzazione è un fatto così negativo? È presto detto. Perché permette di assegnare colpe, meriti, ruoli e altro ancora a entità fittizie, cioè inventate ad arte, distogliendo l’attenzione dai veri attori, responsabili di certe azioni o di certi misfatti.
Facciamo un esempio concreto in riferimento proprio al termine mercato come viene correntemente usato. Quando vi è una crisi economica e i giornalisti imbrattacarte e i politicanti imbonitori affermano che è “colpa del mercato” loro non stanno facendo altro che inventare una entità fittizia, un orco fantastico, a cui attribuire tutte le colpe sviando le menti verso una ipostatizzazione, cioè verso una entità creata ad arte contro cui incanalare la rabbia della popolazione. Un po’ come facevano gli stregoni della tribù che parlavano di spiriti maligni che bisognava combattere o le maghe che mettevano gli spilloni nella bambolina di pezza per uccidere una rivale o un nemico.
Che tutto ciò non sia altro che un grande imbroglio e una presa in giro colossale non c’è quasi bisogno di dirlo. Comunque vale la pena chiarire anche a noi stessi, una volta per tutte, che il mercato non esiste in quanto entità che commette errori, ma che esistono solo persone, che producono e scambiano beni e servizi, le quali possono commettere errori. Quindi, quando il giornalista scrive che è colpa del mercato, a rigor di logica, è come se affermasse che è (anche) colpa sua in quanto acquirente di beni o fornitore di servizi di informazione.
Chiaramente al giornalista in quanto imbrattacarte senza cervello non passa neanche per l’anticamera del cervello l’idea che la sua affermazione “la crisi è colpa del mercato” equivale ad attribuire la crisi al comportamento di tutti i consumatori e produttori e quindi anche a sé stesso.
E in un certo senso lo si può anche giustificare perché acquistare beni o fornire servizi non ha mai generato crisi generali. Ci può essere la crisi di una impresa in quanto i suoi beni o servizi non riscontrano più il favore del consumatore, ma questa è un’altra faccenda.
Eppure il giornalista continua ad usare questa espressione “è colpa del mercato” non rendendosi conto né delle conseguenze logiche (è colpa anche mia) né delle assurdità pratiche (produrre e consumare genera crisi) di quanto scrive.
Poiché egli continuerà all’infinito a riproporci queste sue idiozie, come se ne viene fuori da tutto questo guazzabuglio? A mio avviso l’unica strada percorribile è quella che le persone critiche e razionali evitino come la peste tutte le ipostatizzazioni (mercato, società, pubblico, privato, nazione, ecc.) e facciano sempre riferimento a realtà concrete estremamente precise.
Nel caso in questione, e cioè l’uso del termine mercato, ritengo che questa parola vada messa nel ripostiglio delle cose vecchie e fuori uso e utilizzata solo quando si fa riferimento al mercato di frutta e verdura del rione o del paese. Oppure può essere usata come termine composto quando diciamo che andiamo al supermercato che è un grande magazzino che vende, tra le altre cose, anche frutta e verdura.
Personalmente poi, quando mi faccio spedire libri da Book Depository o da altre librerie sparse per il mondo, non dico che vado al mercato o che sto operando sul mercato. E se navigo su Internet per acquistare un nuovo computer o altri prodotti similari, non dico che vado al mercato. Se lo facessi mi coprirei di ridicolo. E tenendo conto che la maggior parte dei miei acquisti sono di questo secondo tipo (tranne la visita regolare al supermercato) il termine mercato a me non serve proprio a niente.
Ma ci sono motivi più sottili che mi portano a rifiutare il termine mercato e a lasciarlo ai giornalisti imbrattacarte e ai politicanti imbonitori.
La parola mercato mi richiama troppo la parola mercantilismo, e cioè quelle pratiche di ingerenza dello stato nella vita economica che Adam Smith stigmatizzò in maniera negativa.
Nel corso dei secoli poi il mercato è stato il luogo in cui il re ha estratto risorse monetarie dai mercanti e ne ha controllato l’operato. Un “mercato” libero (inteso come liberi scambi) non è mai esistito in passato. Quello che abbiamo avuto sempre è stato un “mercato” manipolato e gestito dal potere attraverso l’assegnazione di privilegi commerciali (ai produttori nazionali) e l’estrazione di una quota percentuale (chiamata IVA o TVA o VAT) su tutte le transazioni. Questa quota o pizzo può andare dal 20 all’80% (ad esempio sulla benzina) del prezzo del prodotto venduto. È soprattutto attraverso la riscossione di questo pizzo che lo stato foraggia i suoi furfanti parassiti e finanzia le sue oscene malefatte. Per questo motivo lo stato ha sempre inteso trasformare tutti i rapporti sociali in rapporti mercantili o di mercato. Per fare solo un esempio, in Italia una volta l’amministratore di un condominio poteva essere uno dei condomini; adesso deve essere un professionista iscritto in un albo istituito dallo stato, pagato dai condomini che sono quindi costretti ad accettare un rapporto mercantile imposto dallo stato.
Con lo stato tutto è “mercato” e tutto è “merce”: si vendono le cariche, i permessi, le licenze, le protezioni, le commesse, i contratti, e via dicendo.
La frase di Oscar Wilde: Conoscono il prezzo di ogni cosa e il valore di nulla, si applica a pennello allo stato. Sotto lo statismo raggiungiamo la fase suprema del mercimonio: tutto e tutti sono in vendita, anche le persone e con esse le idee, le convinzioni, gli appoggi, i favori, e così via.
Quindi, se questa è la situazione, occorre una volta per tutte riconoscere, per quanto ad alcuni possa dispiacere e portare un po’ di scompiglio mentale, che il termine mercato, anche nell’accezione “libero mercato” è un vocabolo ambiguo, improprio, deviante, del tutto inutilizzabile per una persona che abbia come obiettivo la fuoriuscita dallo stato mercantile in tempi non biblici.
E che tale termine andrebbe sostituito con l’espressione: libero scambio. Espressione chiara, concreta, affascinante.
Provate a fare un gioco mentale. Provate a vedere quanti giornalisti sarebbero pronti a scrivere, all’arrivo della prossima crisi, che “è colpa del libero scambio”. Vedrete allora di colpo come il compito del libertario viene agevolato da un semplice cambio di terminologia (senza alcuna modifica nelle idee e nella strategia del libertario) perché sarà molto più facile far capire a tutti che i liberi acquisti della signora Cesira e del signor Peppe non c’entrano per nulla con la crisi economica e che sono gli imbrogli, le ruberie e le speculazioni del potere che hanno provocato tale crisi.
E poi, diciamocelo chiaramente, l’espressione libero scambio richiama orizzonti più vasti, più nobili e strategicamente più interessanti per il libertario. Nel libero scambio è incluso tutto: il baratto senza l’utilizzo della moneta, lo scambio reciproco e gratuito di servizi, il dono, l’aiuto vicendevole occasionale oltre che, naturalmente il pagamento (con mezzi monetari da definirsi) di un bene o di un servizio in maniera libera e volontaria. Già adesso abbiamo molteplici esperienze di libero scambio che non hanno nulla a che fare con il mercato come inteso dai giornalisti. Io sto scrivendo questa nota utilizzando OpenOffice che è un insieme di strumenti di software disponibile gratuitamente su Internet, e utilizzo un browser come Firefox messo gratuitamente a disposizione di tutti dalla comunità mondiale di programmatori molti dei quali usano il sistema Linux anch’esso a disposizione gratuita per tutti su Internet. Questo è il mondo del futuro. Un mondo di liberi scambi operati da liberi individui.
Lasciamo quindi i vecchi termini e i vecchi concetti ai baroni dello statismo e ai loro giullari, i giornalisti e gli intellettuali prezzolati, e incominciamo ad attrezzarci mentalmente e materialmente per una vita da veri esseri umani che non sanno che farsene di parole e frasi magiche ma sono attenti alla vera sostanza della realtà.

Fonte: http://www.polyarchy.org/basta/sussurri/liberoscambio.html

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