Con la rinuncia di Benedetto XVI la monarchia cattolica suggerisce qualcosa alle repubbliche laiche

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Di Danilo Breschi

Chi l’avrebbe mai detto che Papa Ratzinger, da molti considerato (superficialmente, in molti casi) come un ultraconservatore, avrebbe innovato rispetto alla tradizione degli ultimi secoli, o comunque sarebbe ricorso ad un gesto molto inconsueto nella storia bimillenaria della Chiesa di Roma? In realtà, in materia di rinuncia al papato esiste qualche precedente, ma bisogna risalire addirittura a Celestino V (1294), o, eventualmente, a Gregorio XII (1415; ma siamo ai tempi dello Scisma d’Occidente e dell’antipapa), per ritrovare analogo atto a quello appena compiuto da Benedetto XVI. La “renuntiatio” è contemplata dal Canone 332 del Codice di Diritto Canonico, la legge fondamentale della Chiesa, ed è prerogativa del pontefice che può decidere in piena autonomia, visto che, da monarca assoluto quale formalmente è, o dovrebbe essere, non conosce nessun’altra autorità sopra di sé, se non il Dio di cui è il più “umile” dei servitori ma anche il “tramite” in favore delle creature terrene.

Non voglio certo impelagarmi in discussioni su cui credo ben pochi possano vantare vera competenza, ma soprattutto reale conoscenza delle cose vaticane, le più intime e segrete. Non sono un vaticanista, ma il gesto è troppo raro e, a suo modo, clamoroso, per non suggerire qualche modesto e umile commento laico. C’è poi una curiosissima coincidenza. E non mi riferisco certo al fulmine caduto sulla cupola di San Pietro. Piuttosto, parlo del fatto che, per annunciare la propria rinuncia, il Papa ha scelto l’anniversario dei Patti Lateranensi, siglati tra Santa Sede e Regno d’Italia, con al governo Mussolini, proprio l’11 febbraio dell’anno di grazia 1929. Una data storica che ricorda quanto reciprocamente influenti, in modo ora conflittuale ora consensuale, siano dal 1870 i rapporti tra Santa Sede e Stato italiano. E sappiamo bene quanto date e simboli siano importanti per la Chiesa cattolica e la sua lunga storia. Il cristianesimo cattolico è anche simbolo e immagine.

E allora mi sento un poco autorizzato ad inserirmi nel dibattito elefantiaco e caotico lievitato ed esploso con l’annuncio ratzingeriano per dirottarlo subito su un piano laico e con riferimento generale e astratto al ruolo delle elite e al tema della sovranità e dei limiti del suo esercizio. Non si potrà parlare di dimissioni in senso stretto e formale, ma il senso è analogo, se non identico. E a me interessa traslare il ragionamento, partendo da quella che si configura ancora, parlando di forme di governo e modelli istituzionali, come una monarchia di origine divina (se è vero che il Papa è scelto dallo Spirito Santo che ispira il Conclave), per passare al campo delle moderne democrazie rappresentative.

Le monarchie conoscono abdicazioni, ma non per questo sono meno clamorose quali gesti di auto-sottrazione di una quota assai cospicua di potere, anche inteso come semplice, si fa per dire, “auctoritas”, prestigio e influenza spirituale di portata mondiale, come nel caso del pontefice romano. Il gesto di Papa Ratzinger potrà forse avere effetti innovatori sulla Chiesa di Roma. “Un atto di implicita modernizzazione”, lo ha definito Giuliano Ferrara, un atto “che preserva il Papa, paradossalmente relativizzandolo come persona, e tutto quello che egli significa nella cattolicità, dal sospetto di declinare come una stella cadente, di finire nella marginalità della storia”. Certo, restano forti anche il simbolo e il connesso messaggio contenuti nella scelta, altrettanto e più dolorosa, fatta a suo tempo da Giovanni Paolo II, che decise di restare “perché dalla croce non si scende”. Anche quello fu un esempio, visibile e tangibile, di quanta sofferenza possa e debba sopportare la testimonianza di un cristiano.

Il regime nel quale viviamo in Italia è una repubblica laica, o almeno dovrebbe esserlo. In quanto repubblica, la sovranità appartiene al popolo che la esercita nei modi e nei limiti fissati dalla legge (anzitutto, costituzionale), che stabilisce la divisione dei poteri e l’elettività di tutte le cariche pubbliche, garantendone l’accesso in condizioni di eguaglianza. In quanto laica, poi, la Repubblica italiana non dichiara alcuna confessione quale religione ufficiale di Stato e proclama il pluralismo religioso. Fermi restando proprio quei patti con la Chiesa cattolica apostolica romana, inseriti nell’articolo 7 e riveduti (per il solo Concordato) nel 1984.

A prescindere dai reali motivi che stanno dietro il gesto del Papa, c’è un suggerimento che mi pare utile cogliere e trasmettere a chi, oggi come domani, occupi i vertici istituzionali della Repubblica italiana, ed è il seguente: se il governante si rende conto di non essere più all’altezza dei compiti assegnatigli e di correre semmai il rischio di diventare un peso, se non un danno, per la comunità che sta guidando, questi deve avere il coraggio, l’onestà e il senso di responsabilità di “abdicare”, lasciare il posto di comando. Un uomo al servizio di qualcosa di più grande, di un bene comune, di una cosa pubblica. “Res publica”, appunto.

E viene alla mente un’altra riflessione. Uno dei gravi problemi che la nostra repubblica italiana sta scontando da troppo tempo è il mancato, o difficilissimo, ricambio delle classi dirigenti. L’immobilismo ai vertici politico-istituzionali, ma anche culturali-professionali, sta generando una vera e propria gerontocrazia italica, degna di sfidare il tradizionale mandarinato cinese, anche in versione (post)comunista. Eloquenti i risultati di alcune ricerche condotte pochi anni fa da un gruppo di studiosi coordinati dal sociologo Carlo Carboni. Se nel 1990 l’età media delle nostre elite era di circa 56 anni, nel 2004 era salita a 61 anni. Impressionante il vuoto di leader politici trenta/quarantenni: appena 1 su 10. Gli ultimi tre presidenti della nostra repubblica sono stati eletti quando erano già in età avanzata: Scalfaro a 74 anni, Ciampi a 79, e Napolitano addirittura ad 81 (ma Pertini, nel 1978, era stata eletto 82enne…!). Questo non vuol dire che non si siano avuti in certi casi buoni presidenti, che, anche grazie all’età, hanno dato un significativo contributo in termini di riflessività ed esperienza, ponderazione e autorevolezza. Il problema non è tanto, o soltanto, la presenza degli anziani nei vertici delle istituzioni, quanto l’assenza, o grave scarsità, di giovani adulti. E così finisce che i primi siano troppi. I “top leader” che operano in campo politico-istituzionale hanno, in Italia, un’età media di 72 anni circa, mentre in Francia di 65 anni, nei Paesi scandinavi di 64 e in Spagna di 63.

Se ci spostiamo ad altri ambiti della vita pubblica, la situazione italiana resta tra le peggiori: l’età media delle elite nel campo della cultura, del sapere e delle professioni, è di 66 anni! Sono dati che ciascuno di noi può facilmente constatare come veridici soltanto pensando alla propria realtà professionale. Ripeto: non è questione di giovanilismo, e dell’irritante slogan “largo ai giovani!”, evocato sempre da qualche mezzo-giovane con il fine di entrare nel gotha dei vecchi. È che ormai in Italia abbiamo ovunque, in qualsiasi settore del mondo del lavoro e della pubblica amministrazione, una piramide rovesciata: tanti, troppi, al vertice, pochi alla base. Un esempio del mondo professionale da cui provengo: secondo dati Miur, tra 1997 e 2004 i ricercatori, gradino più basso del corpo docente universitario, sono cresciuti del 5,3%, i professori associati del 16% circa, i professori ordinari del 35% circa.

Non abbiamo circolazione delle elite, così che il lamento di Pareto continua ad essere urgente e puntuale denuncia di quel che manca alla fisiologia politica nostrana. Tra i fattori che spiegano questo, una vischiosità, ma che dico!?!, una tenace resistenza, un abbarbicarsi ostinato a poltrone e prebende di presidenze e Cda di enti pubblici e privati, tanti piccoli viscidi Gollum avvinghiati a quel “tesoro” che è spesso denaro pubblico. Una repubblica democratica è tale se si nutre di una società contraddistinta da forte mobilità sociale, che a sua volta alimenta istituzioni aperte e dinamiche, in sintonia con quel che sale dal basso e chiede all’alto.

La rinuncia di Benedetto XVI suggerisce dunque, per analogia, un comportamento che dovrebbe essere preso ad esempio, e con maggior ragione, dai reggitori della cosa pubblica: abbandonare le cariche, e il prestigio e i privilegi annessi e connessi, per senso di responsabilità. E magari per amore dello studio e della vita contemplativa. Non è forse un caso che la televisione di Stato cinese CCTV abbia deciso di censurare la notizia delle “dimissioni” del Papa. In Cina la notizia non esiste, almeno ufficialmente. Cedere volontariamente il potere rafforza il prestigio di un’istituzione, se per di più si professa autorità eminentemente spirituale, ed è notizia che nuoce se si propaga tra le fitte maglie di un regime totalitario a partito unico. Non avranno mica avuto paura di diffondere e certificare come fatto normale, anche perché avallato da un’emittente di Stato, l’abdicazione di un sovrano, magari perché ottuagenario e dunque debole e stanco? Forse no, anche perché da Hu Jintao in poi l’età media dei leader cinesi si sta abbassando. Teniamone conto anche da noi, in Italia. Giovane non vuol dire onesto e competente, ma invecchiare come reggitori e gestori di affari e denari pubblici per trenta e rotti anni rischia forte di tramutare l’onestà in corruzione e la competenza in ignoranza e inefficienza. Se il sangue non scorre agile nelle vene, il rischio trombosi è alto. Anche per l’organismo statale.

Fonte:http://www.istitutodipolitica.it/wordpress/2013/02/14/con-la-rinuncia-di-benedetto-xvi-la-monarchia-cattolica-suggerisce-qualcosa-alle-repubbliche-laiche/