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Claude Lévi Strauss- Oltre l’antropocentrismo

Ho la sensazione che tutte le tragedie che abbiamo vissuto, prima il colonialismo, poi il fascismo, infine i campi di sterminio, tutto ciò si inserisca su una linea che non è in opposizione o in contraddizione con il cosiddetto umanismo nella forma in cui lo pratichiamo da parecchi secoli ma, direi, quasi sul suo prolungamento naturale. Perché, in qualche modo, è con un medesimo gesto che l’uomo ha cominciato a tracciare la frontiera dei suoi diritti prima tra sé e le altre specie viventi e poi è stato indotto a trasferire questa frontiera all’interno della stessa specie umana, separando certe categorie riconosciute come le sole veramente umane, da altre che subiscono perciò una degradazione ricalcata sullo stesso modello che serviva a discriminare tra speci viventi umane e non umane. E’ questo il vero peccato originale che spinge l’umanità all’autodistruzione.
« L’idéologie marxiste, communiste et totalitaire n’est qu’une ruse de l’histoire », tr. di F. Trasatti, Le Monde, 21-22 gennaio 1979, p. 14.
L’atteggiamento più antico […] consiste nel ripudiare puramente e semplicemente le forme culturali – morali, religiose, sociali, estetiche – che sono più lontane da quelle con cui ci identifichiamo. “Abitudini di selvaggi”, “da noi non si fa così”, “non si dovrebbe permettere questo”, ecc., sono altrettanti reazioni grossolane che esprimono lo stesso fremito, la stessa repulsione, di fronte a modi di vivere, di pensare o di credere che ci sono estranei. Così l’antichità confondeva tutto quello che non faceva parte della cultura greca (e poi greco-romana) sotto lo stesso nome di barbaro: la civiltà occidentale ha poi utilizzato il termine selvaggio nello stesso senso. Ora, dietro a questi epiteti si dissimula un medesimo giudizio: è probabile che il termine “barbaro” si riferisca etimologicamente alla confusione e all’inarticolazione del canto degli uccelli, contrapposte al valore significante del linguaggio umano; e “selvaggio”, che vuol dire “della selva”, evoca pure un genere di vita animale, in opposizione alla cultura umana. In entrambi i casi si rifiuta di ammettere il fatto stesso della diversità culturale; si preferisce respingere fuori dalla cultura, nella natura, tutto ciò che non si conforma alle norme sotto le quali si vive.
Rousseau può aiutarci a respingere un’illusione i cui funesti effetti, ahimè, li possiamo osservare in noi stessi e su di noi stessi. Non è stato infatti il mito della dignità esclusiva della natura umana a far subire alla natura medesima una prima mutilazione, da cui dovevano inevitabilmente conseguire altre mutilazioni? Si è cominciato con il recidere l’uomo dalla natura, e con il costituirlo a regno sovrano; si è così creduto di cancellare il suo carattere più irrecusabile, ovverosia che egli è in primo luogo un essere vivente. E, non vedendo questa proprietà comune, si è dato campo libero a tutti gli abusi. Mai meglio che al termine degli ultimi quattro secoli della sua storia, l’uomo occidentale è in grado di capire che, arrogandosi il diritto di separare radicalmente l’umanità dall’animalità, accordando all’una tutto ciò che toglieva all’altra, apriva un circolo vizioso, e che la stessa frontiera, costantemente spostata indietro, sarebbe servita a escludere dagli uomini altri uomini, e a rivendicare, a beneficio di minoranze sempre più ristrette, il privilegio di un umanismo nato corrotto per aver desunto dall’amor proprio il suo principio e la sua nozione.
L’unica speranza, per ognuno di noi, di non essere trattato da bestia dai suoi simili, sta nel fatto che tutti i tuoi simili, e lui per primo, si colgano immediatamente come esseri sofferenti, e coltivino nell’intimo quella attitudine alla pietà.
Stiamo registrando oggi le estreme manifestazioni di quella grande corrente cosiddetta umanistica che ha preteso di costituire l’uomo in regno separato e che, a mio avviso, rappresenta uno dei maggiori ostacoli al progresso della riflessione filosofica.
Il pervertimento della civiltà urbana, dovuto all’industrializzazione […] si è tradotto sul piano ideologico in una filosofia e in una morale che, approfittando disinvoltamente dell’emergere di un’umanità distruttrice di tutto quanto non è se medesima (poi, inevitabilmente, anche di se medesima, dacché essa non dispone più di alcuno “spalto” che la ponga al riparo dai propri attacchi), sono giunte a glorificare, sotto il nome di umanismo, questa rottura tra l’uomo e le altre forme di vita, lasciando all’uomo solo l’amor proprio come principio di riflessione e di azione.
Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale 2, trad. it. di S. Moravia, Il Saggiatore, Milano 1990,pp. 371-372, p. 77, p. 325.
In questo secolo in cui l’uomo si accanisce nel distruggere innumerevoli forme di vita, dopo aver distrutto molte società la cui ricchezza e diversità costituiscono da tempo immemorabile il suo più splendido patrimonio, è più che mai necessario dire, come fanno i miti, che un umanesimo ben orientato non comincia da se stessi, ma pone il mondo prima della vita, la vita prima dell’uomo e il rispetto degli altri esseri prima dell’amor proprio. Né va dimenticato che, essendo comunque destinato a terminare, nemmeno un soggiorno di uno o due milioni di anni su questa terra può servire per appropriarsi del nostro pianeta come se fosse una cosa e per comportarsi senza pudore e senza discrezione.
Claude Lévi-Strauss, L’origine delle buone maniere a tavola, trad. it. di M. Di Meglio, Il Saggiatore, Milano 2010, p. 457.

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