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Con un ricordo traumatico si guarda il mondo diversamente, secondo uno studio dall’università di Toronto Baycrest Health Sciences

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Un ricordo traumatico cambia per sempre il modo di vedere le cose. Il cervello di chi ha vissuto un trauma legge nuove informazioni in modo diverso. Il ricordo traumatico resta impresso nella memoria a tal punto da cambiare il punto di vista sulla realtà. A dirlo è uno studio pubblicato su Clinical Psychological Science e condotto dal Baycrest Health Sciences, università di Toronto, Canada.


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A far da “cavia” otto passeggeri del volo della Air Transat che nell’agosto 2011 si è concluso con un atterraggio d’emergenza nelle isole Azzorre per evitare l’impatto con l’oceano. Tra questi alcuni avevano sviluppato nel tempo un Disturbo post-traumatico da stress. I ricercatori hanno esaminato il cervello dei partecipanti con una risonanza magnetica mentre guardavano un video con immagini dell’incidente, della tragedia dell’11 settembre e di un evento neutro.
Di fronte alle immagini dell’evento traumatico vissuto in prima persona aumentava la risposta delle aree del cervello coinvolte nella memoria emotiva, cioè amigdala, ippocampo, area posteriore e mediana, a differenza di quando si dovevano ricordare eventi autobiografici neutri.

Dopo un evento traumatico si diventa più sensibili ad altri eventi simili

Una risposta simile è stata invece registrata anche mentre scorrevano le scene dell’attacco terroristico delle Torri Gemelle: una sorta di effetto “di riporto”, come sottolineano i ricercatori. In altre parole, l’eventotraumatico vissuto ha reso più sensibili queste persone agli altri eventi negativi cambiando il modo in cui “filtrano” le nuove informazioni.
Questa è stata la seconda parte di uno studio iniziato nel 2014: nella prima parte i ricercatori hanno somministrato ai passeggeri del volo un questionario. Dalle risposte è emerso che i ricordi erano ancora vividi in tutti, ma quelli con un Disturbo post-traumatico da stress ricordavano molti dettagli estranei all’evento, anche quando l’argomento cambiava.

Quali “segni” lascia un evento traumatico sul cervello?

«È stato dimostrato anche in una serie di studi condotti su modelli sperimentali che gli eventi neutri dal punto di vista emotivo non sono generalmente conservati a lungo nella memoria, mentre gli eventi legati a stati emotivi forti (soprattutto paura e pericolo) tendono a essere ricordati molto efficacemente anche dopo una singola esperienza perché essi attivano il sistema limbico (amigdala)», risponde la dottoressa Elisabetta Menna, ricercatrice di Humanitas e dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr.
«In uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences qualche anno fa – aggiunge – i ricercatori dimostrarono che in seguito all’attivazione dell’amigdala i neuroni dell’ippocampo (la regione del cervello deputata alla formazione dei ricordi a lungo termine) producono una proteina chiamata Arc. La proteina Arc aiuta a conservare il ricordo di quegli eventi che hanno attivato anche il sistema limbico (ricordi emotivamente non neutri) regolando specificamente la funzionalità delle sinapsi, le connessioni tra i neuroni nel cervello».

Un trauma può cambiare la memoria e il modo di leggere le informazioni?

«Sì, e questo studio pubblicato sulla rivista Clinical Psychological Science lo dimostra chiaramente. Si tratta di un fatto evolutivo di estrema rilevanza, che ha reso possibile che nell’Uomo i ‘semplici ricordi‘ diventino informazioni stabili ed elaborabili, in particolare questo implica che siano elaborabili anche le eventuali associazioni dei ricordi a sensazioni di benessere/malessere. Nel corso dell’evoluzione, le sensazioni di benessere/malessere (che nell’Uomo si presentano alla coscienza come emozioni) hanno assunto un ruolo importante perché sono rispettivamente i ‘segnali’ che il comportamento che si sta attuando è ‘adatto’ o ‘non adatto’. (‘Adatto’ nel senso evoluzionistico del termine cioè un comportamento che deriva dall’adattamento e garantisce la sopravvivenza dell’individuo e della specie)».

A cosa potrà servire questa ricerca?

«Questa ricerca aggiunge un tassello d’ informazione nella conoscenza dei processi cognitivi, della memoria e apprendimento che coinvolgono diverse strutture cerebrali come il sistema limbico e l’ippocampo. Inoltre ha delle implicazioni importanti per la comprensione dei processi alla base dei disturbi fobico/ossessivi, cioè in quelle situazioni in cui il sistema limbico produce l’emozione ‘paura’ senza che essa sia associata al ricordo di alcun evento. In questi casi – conclude la dottoressa Menna – sappiamo che ilricordo non c’è perché l’evento che effettivamente genera la paura è stato ‘rimosso’ in quanto intollerabile alla coscienza».

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