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Bretton Woods, la genesi dell’egemonia americana

Di Alessio Realini
http://dailystorm.it

DALL’ISOLAZIONISMO ALL’ IMPERIALISMO – Il periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda guerra mondiale è caratterizzato dalla forte necessità di ricostruzione del tessuto civile, economico, politico e culturale. Sono momenti di grande difficoltà per tutte le nazioni coinvolte nel conflitto. Interi continenti sono lacerati da anni di continue lotte fratricide che hanno causato 70 milioni di caduti tra civili e uomini in armi. Il futuro è avvolto dalla speranza, comune a molti, di poter finalmente vivere un periodo di lunga prosperità economica e pace sociale. La volontà è solo quella di chiudere questo triste capitolo della storia e andare oltre.
Sul piano dei rapporti internazionali, gli Stati Uniti annichiliscono con il loro strapotere economico ed industriale le decadenti potenze europee, trasformando radicalmente la propria mentalità. Si passa infatti da uno statico quanto fallimentare “isolazionismo“, che creò più di una difficoltà all’ex Presidente USA Woodrow Wilson, ad un più propositivo intervento sulla scena politica e diplomatica mondiale. Gli Stati Uniti decidono di sviluppare quel rapporto “triangolare” con Europa e Giappone che, con alcune evoluzioni, viviamo ancora oggi. Di fatto, in questo periodo, si legittima la volontà imperiale americana, costruita con estrema pazienza e vigore nei decenni successivi grazie in particolar modo alla contrapposizione con l’Unione Sovietica.

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BRETTON WOODS: IL DOMINIO DEL DOLLARO – Gli Stati Uniti sono altresì consapevoli che è necessaria una rapida quanto efficace ripresa economica degli alleati europei ed asiatici. La guerra ha lasciato ferite profonde nella società. E’ essenziale quindi dare sicurezza agli investimenti in campo produttivo per far ripartire gli ingranaggi della grande industria occidentale. Già nel 1944, gli alleati si incontrano nella remota località inglese di Bretton Woods, nel New Hampshire, per discutere del sistema monetario da adottare nel dopoguerra. All’incontro, fortemente sostenuto dagli Stati Uniti, sono presenti 730 delegati di 44 diverse nazioni, tra cui spiccano i nomi di Henry Dexter White e John Maynard Keynes, entrambi noti economisti dell’epoca e rispettivamente rappresentanti degli interessi americani e inglesi. Il modello che ne esce plasmerà il sistema monetario internazionale per circa 15 anni – dal 1958 fino al 1973 – e viene comunemente chiamato gold-dollar standard.
Oltre alla creazione di organizzazioni internazionali tuttora esistenti come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, la conferenza di Bretton Woods sancisce la nascita di un sistema di cambi fissi tra valute e la piena convertibilità tra oro e dollaro americano. Il tasso di cambio tra questi ultimi due è fissato a 1:35, ovvero ogni dollaro è scambiato con 35 once d’oro. Gli USA “impongono” questo dualismo in virtù delle loro ingenti riserve aurifere. Al termine della Seconda guerra mondiale circa il 70% delle riserve mondiali di oro sono infatti in mano americana. Le altre monete che partecipano al sistema sono collegate al dollaro secondo criteri ben definiti, non avendo la possibilità di far fluttuare liberamente il proprio tasso di cambio come oggi.
In breve, attraverso il sistema di Bretton Woods, il dollaro assume una posizione chiave all’interno del sistema monetario del dopoguerra. Con un dollaro considerato “as good as gold“, gli Stati Uniti si assicurano in quegli anni la leadership economica del mondo avanzato grazie all’enorme domanda di valuta americana da parte degli alleati e delle élite industriali internazionali, intenzionati a ripristinare le proprie riserve valutarie dopo anni di difficoltà a causa del conflitto mondiale.

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LA MACCHINA DEL DEBITO – D’altronde, se nel breve-medio termine il gold-dollar standard è stato uno dei motori della ripresa economica delle principali democrazie occidentali, nel lungo periodo si è assistito ad una costante erosione di fiducia nei confronti di questo sistema. La conflittuale situazione economica mondiale venutasi a creare nei primi anni ’70 ed una guerra logorante in Vietnam posero i primi dubbi sulla sostenibilità del sistema dollaro-oro. Cosa sarebbe successo se milioni di persone si fossero presentate alla Federal Reserve americana (leggi la  nostra rassegna “FED, storia di una truffa“) con l’intenzione di cambiare i propri dollari in oro? Gli Stati Uniti avrebbero avuto modo di sostenere l’intera domanda? La risposta, ovvia, è negativa. Nel 1971, il Presidente Richard Nixon decide di concludere l’esperienza di Bretton Woods in maniera unilaterale, scaricando sui Paesi alleati il peso egemonico americano fino ad allora sostenuto unicamente da Washington. Infatti, da questo momento in poi, si dà avvio ad un sistema monetario flessibile, senza riferimenti aurei, e con il dollaro a fare da unico garante all’intera struttura, a causa della mancanza di alternative valide.
Nelle parole di Georges-Henri Soutou: “[ … ] gli americani scappavano dalle discipline di Bretton Woods, cosa che permetteva loro di continuare a trarre i vantaggi che procurava una moneta di fatto mondiale, senza più preoccuparsi del deficit strutturale della loro bilancia dei pagamenti“. Perché questo ci riguarda tutti? Ebbene, se gli Stati Uniti attualmente mantengono un debito pubblico di oltre 16mila miliardi di dollari, con una bilancia perennemente in rosso, lo dobbiamo soprattutto a quanto raccontato in questi pochi paragrafi.

Fonte:http://dailystorm.it/2013/02/02/bretton-woods-la-genesi-dellegemonia-americana/

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