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Berlino 1961 Il muro a perdere

Di Guido Ambrosino


I cinquant’anni trascorsi dalla costruzione del muro di Berlino – nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 il settore di occupazione sovietico venne chiuso col filo spinato, e tre giorni dopo i muratori cominciarono a rafforzare la barriera con blocchetti di cemento – sono una buona occasione per fare i conti con quel che Breznev chiamava, con involontaria comicità, «socialismo reale»: sebbene vi fosse evidente la realissima inesistenza del socialismo, una volta estirpate le sue premesse di libertà e democrazia. Di questo «socialismo irreale», pur concretissimo nella dura materialità della sua burocrazia repressiva, il muro di Berlino – spacciato dalla propaganda come «vallo antifascista»- fu il simbolo più odioso. E la sua caduta – o meglio improvvisa perdita di funzione, perché i cittadini tedesco-orientali l’aggirarono in massa passando dagli altri paesi dell’est non più disposti a far da guardiani – segnò il crollo del blocco sovietico.
Capita ancora di imbattersi in nostalgici del muro di Berlino. Lamentano che, con l’apertura dei varchi nel 1989, il capitalismo avrebbe sfondato a est incontrastato, per imporsi come modello globale. Ma sbagliano le date. La globalizzazione dei mercati, la scomparsa anche fisica della classe operaia con la delocalizzazione delle fabbriche – che mise in crisi anche lo «stato sociale» di impronta socialdemocratica – era già partita un decennio prima, come ricordava su questo giornale Marco d’Eramo (il manifestodell’11 agosto). Il «socialismo reale» non era più da un pezzo socialismo, ma capitalismo di stato in grigi regimi dittatoriali. La prospettiva del comunismo, come libertaria democrazia diretta, costruita sulle ceneri dell’autoritarismo statale che per Marx avrebbe dovuto «estinguersi», era stata seppellita dallo stalinismo. E il muro di Berlino, costruito nel 1961, fu il sarcofago di queste speranze.
La sua caduta fu una liberazione, e offrì dopo 28 anni la possibilità di ricominciare almeno a parlare di comunismo e socialismo in Germania, senza essere subito azzittiti col rimando agli obbrobri del «socialismo reale». Come capitò nel ’68 a Rudi Dutschke, nato a est, in rotta con la Rdt che abbandonò a 21 anni, nel 1961, tre giorni prima della chiusura della linea di demarcazione tra il settore sovietico di Berlino e i tre settori occidentali, americano, inglese e francese. A lui e agli altri studenti che sette anni dopo ripresero a sventolare bandiere rosse, i berlinesi dell’ovest replicavano: «Andatevene dall’altra parte del muro».
I nostalgici muraioli protesteranno: quell’occasione di liberazione non fu colta. Ma non andò a frutto perché, all’ombra del muro introiettatato nella guerra fredda, la sinistra «comunista» dell’ovest si era già bevuta il cervello: estenuata dalla schizofrenia tra scelta di campo per l’ormai irreale «socialismo» post-stalinista e pratica riformista socialdemocratica, incapace di fare fino in fondo i conti con lo stalinismo e con le sue innegabili radici già nel leninismo. Berlinguer aspettò il 1981 per accorgersi che la «spinta propulsiva» della rivoluzione d’Ottobre s’era esaurita. Spinta che invece si era già spenta nel 1921, quando Lenin e Trotsky mandarono l’Armata rossa contro i marinai di Kronstadt, che si battevano per i «liberi soviet» contro la dittatura del partito bolscevico.
Né fece meglio la nuova sinistra che, affascinata dalle rivoluzioni «vittoriose», si era entusiasmata per i nazionalpopulismi terzomondisti (senza guardare per il sottile sul nodo decisivo delle libertà personali), purché fossero antiamericani. Aveva letto molto Lenin e Mao, e troppo poco si era curata delle rivoluzioni sconfitte, e degli orrori dello stalinismo. Pochi in Italia si erano appassionati a Rosa Luxemburg, che già nel 1918 scriveva parole definitiva contro la dittatura bolscevica («La libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente), o al «comunismo dei consigli» di Anton Pannekoek, Herman Gorter, Otto Rühle, Karl Korsch, Paul Mattick: uno snodo cruciale per la critica da sinistra al leninismo-stalinismo.
Muro o non muro, nel 1989 la sinistra europea aveva perso la sua battaglia. Biascicava un vago e subalterno riformismo «modernista». Poco aveva da opporre all’ondata neoliberista. Nulla aveva da dire alle società dell’est europeo, che si orientarono in tutt’altra direzione.
Che non fu la caduta del muro, ma la sua costruzione, a certificare il fallimento del socialismo di stato su suolo tedesco, era chiaro già al gruppo dirigente sovietico dell’epoca, come risulta dai documenti ormai accessibili a Mosca e a Berlino. Nikita Krusciov era riuscito per otto anni a evitare l’umiliazione di una barriera antifughe, consapevole del danno d’immagine che ne sarebbe venuto al blocco «socialista». Cedette alle ripetute pressioni di Walter Ulbricht, primo segretario della Sed, il partito di unità socialista della Repubblica democratica tedesca, soltanto quando si convinse che non c’era altro modo per arrestare l’esodo. Tra il 1949, anno di fondazione della Rdt, al 13 agosto del 1961, passarono nella Repubblica federale tedesca 2,7 milioni di persone, più del 14 per cento su una popolazione di 18,4 milioni di abitanti nel 1950.
All’inizio se ne andarono i più compromessi col nazionalsocialismo, con gran sollievo del nuovo governo. Anche proprietari fondiari, padroni di imprese. Poi furono i profughi dai territori orientali perduti dal Reich, che avevano trovato un primo rifugio nella zona d’occupazione sovietica, a rimettersi in cammino verso ovest. Ma emigravano anche tecnici e professionisti, di cui la Rdt aveva bisogno, e per questo, il 26 maggio 1952, venne chiuso il confine intertedesco lungo l’Elba.
Restava però aperto il varco di Berlino, città sottoposta a un regime di occupazione quadripartito tra le potenze vincitrici. Dal settore sovietico si poteva passare nei settori occidentali con un biglietto della S-Bahn, la ferrovia urbana, per 20 centesimi di marco. E di lì proseguire in aereo (o in treno, una volta ottenuta la cittadinanza della Rft) lungo i corridoi di transito verso la Rft, tenuti aperti dagli alleati occidentali.
Un picco nella curva delle fughe si ebbe nel 1953, in seguito alla repressione della rivolta operaia a Berlino e in altre città contro l’inasprimento delle «norme di lavoro» (con l’effetto di ridurre i salari a cottimo): ben 331.390 persone voltarono quell’anno le spalle a Ulbricht.
Già tre mesi prima della rivolta del giugno 1953, il segretario della Sed chiese per la prima volta a Mosca di chiudere il confine a Berlino. Il 13 marzo, poco dopo la morte di Stalin, il nuovo gruppo dirigente sovietico gli rispose picche. Lo sbarramento tra i settori cittadini, si legge nella lettera di risposta a Ulbricht, sarebbe stato «politicamente inaccettabile». Avrebbe «destabilizzato il funzionamento della città, gettando nel caos la sua economia». Avrebbe «inasprito l’astio dei berlinesi e suscitato il loro malcontento nei confronti del governo della Rdt e delle forze armate sovietiche in Germania».
I sovietici fecero a loro volta pressione su Ulbricht, affinché ammorbidisse il suo corso. Il dirigente tedesco, dopo la rivolta operaia repressa nel sangue dai carri armati sovietici, aumentò la quota di produzione destinata ai consumi: più pane e più burro. Ma inasprì il controllo autoritario. Delle «riforme» caldeggiate dal Cremlino non voleva saperne: «Noi siamo in prima linea. Non possiamo permetterci esperimenti del genere».
Sarebbe sbagliato pensare alla Rdt come a un docile «satellite» di Mosca. Ulbricht difendeva le sue idee anche a muso duro. Era orgoglioso di aver conosciuto personalmente Lenin, a differenza di Krusciov. Convinto di essere un fedele seguace di Lenin e Stalin, pensava che Krusciov stesse scantonando dall’ortodossia e che avesse spinto troppo oltre la sua critica a Stalin. Lo conconsiderava dall’alto in basso un contadino ingenuo, troppo arrendevole nei confronti dell’ovest.

Il braccio di ferro sulla sorte di Berlino si inasprì nel 1960. A ovest scoppiava il boom economico. Il dislivello negli standard di consumo tra le due Germanie diventava evidente. L’esodo dalla Rdt, sceso a un minimo di 143.917 espatri nel 1959, risalì a 199.188. Anche i giovani cresciuti nel «socialismo» se ne andavano, ingegneri e medici formati nella Rdt.
Krusciov credeva che il campo socialista avrebbe potuto «sorpassare» l’occidente. Nell’aprile del ’61 Gagarin fu il primo uomo «sparato» nello spazio. Ma il tenore di vita stagnava.
Ulbricht, più pessimista, recriminava per la dura politica di riparazioni a cui la Rdt era stata sottoposta da Mosca fino al 1955. Nel gennaio del 1961, tornando a sollecitare la chiusura del confine a Berlino, scriveva a Krusciov: «Mentre noi versavamo riparazioni, con trasferimenti di impianti industriali e prelievi di quote di produzione, la Germania occidentale era esente dall’onere di riparazioni e riceveva inoltre dagli Usa crediti rilevanti e aiuti per diversi miliardi (…). Questo è il motivo principale, per cui siamo rimasti così indietro rispetto alla Germania occidentale nella produttività del lavoro e nei livelli di consumo».

Furono i servizi segreti sovietici a convincere Krusciov della necessità di chiudere i varchi, perché la Rdt era davvero sull’orlo del collasso. Sebbene l’ambasciatore sovietico a Berlino, Pervucin, ammonisse che la barriera avrebbe fatto «infuriare tutti i berlinesi e tutti i tedeschi contro l’Urss e il regime tedesco-orientale», Krusciov diede il suo assenso il primo agosto. Il 13 i berlinesi trovarono le strade sbarrate dal filo spinato.
A cose fatte Nikita Krusciov disse all’ambasciatore di Bonn a Mosca: «Il muro è stato ordinato da me, in seguito alla pressante richiesta di Ulbricht». Nelle sue memorie scaricò ancora più esplicitamente la responsabilità sul leader tedesco: «Se la Repubblica democratica tedesca fosse riuscita a valorizzare il potenziale morale e materiale (dei suoi cittadini), il transito sarebbe rimasto aperto in entrambe le direzioni». Non andò così. Senza il muro-gabbia la Rdt si sarebbe svuotata. La muraglia consentì solo di imbalsamare per quasi tre decenni un fallimento conclamato.
Da il Manifesto

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