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Bahrein: la rivolta dimenticata e repressa nel sangue, nell’indifferenza del mondo



Di Salvatore Santoru

Si è parlato molto delle cosiddette “primavere arabe” e della voglia di cambiamento presente nel mondo arabo, eppure di esse sappiamo ben poco.
Per diverso tempo i media hanno raccontato dell’Egitto (nella foto) e della Tunisia e in misura minore dello Yemen, per non dire della Libia o della Siria, anche se in questi due ultimi casi difficilmente si potrebbe parlare di “rivoluzioni” in quanto si è trattato perlopiù di rivolte pesantemente manovrate, che sono sfociate in vere e proprie guerre.<

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Ma “stranamente” delle rivolte in Arabia Saudita, Quatar, Bahrein e le altre monarchie del Golfo nulla o quasi, visto che tali paesi, retti da regimi sanguinari e tirannici, sono fondamentali per gli affari delle oligarchie “occidentali” che muovono la politica estera degli States.



Infatti, la tanto sbandierata difesa dei diritti umani, quando ci sono di mezzo affari petroliferi, sportivi e più in generale commerciali com’è questo il caso, per gli autoproclamati leader “democratici” non ha nessun valore, semmai si può usare come mezzo di propaganda quando sono da colpire paesi che geopoliticamente danno molto fastidio, come è stato per la Libia o è per la Siria.



Parlando dello specifico del Bahrein, paese assai famoso mondialmente per le gare di Formula 1, esso è un paese retto dalla dinastia degli Al Khalifa, basato sulla monarchia assoluta e un’interpretazione dell’Islam decisamente radicale.



Rispetto ai cugini sauditi, c’è comunque da notare che nell’ambito dei diritti civili sono leggermente più avanti, in quanto le donne possono addirittura guidare dal 2003 e c’è in generale più “libertà”.

C’è da segnalare che mentre il paese è a maggioranza sciita, il potere è tutto nelle mani della potente minoranza sunnita, che utilizza tali privilegi per praticare continuamente discriminazioni interconfessionali, situazione intollerabile per la popolazione e che è stata una delle cause delle proteste iniziate il 14 febbraio 2011.



Sin da subito queste pacifiche proteste sono state represse anche con l’utilizzo dei carri armati per volere della tirannia dominante, che in seguito ha ricorso anche all’aiuto dei “fratelli sauditi” e dei loro tanks per massacrare in modo più “efficiente” la popolazione.



Nell’indifferenza del mondo le forze armate del regime hanno massacrato perlopiù inermi civili “colpevoli” di chiedere maggiori riforme e libertà, eliminando donne, ragazzini, tra cui il 16enne Hussain al-Jaziri e anche neonati, mentre tra i manifestanti arrestati è diventata relativamente nota la vicenda dell’11enne Ali Hasan.



Simbolo della protesta è diventata la poetessa 20enne Ayat al-Ghermezi, arrestata per aver recitato una poesia critica nei confronti del regime, e in seguito torturata nelle carceri dello stesso.

In seguito alle feroci repressioni le manifestazioni nel paese si sono affievolite, anche se i “giri di vite” del regime contro dissidenti o presunti tali non sono ovviamente finiti, l’ultimo dei quali ha colpito il leader dell’opposizione Ali Salman.



Intanto, nessuna critica dell’operato della tirannia è giunta dal mondo “democratico”, e Obama e la sua amministrazione ne hanno approfittato per consolidare e migliorare i rapporti di amicizia, provvedendo anche a vendere armi, armi che sono servite alla tirannia dominante per continuare a massacrare il suo popolo.

Interessante è che mentre tutto ciò succedeva, dallo stesso Bahrein e dagli States arrivavano critiche verso la Siria di Assad, insieme al sostegno di tutte le fazioni ribelli presenti nel paese, comprese quelle islamiste, tra cui l’ISIS, sulla cui ascesa grande responsabilità hanno paesi come Kuwait, Quatar e Arabia Saudita, “cugini” del Bahrein e in ottimi rapporti con gli stessi USA.

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