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Attualità di Dante

Di Luciano Fuschini

“Attualità” non è sinonimo di “modernità”. Dante, calato in pieno nel Medioevo, è tutto tranne che “moderno”. La sua attualità consiste proprio nel fatto che dalla sua opera e dal suo pensiero si possono trarre spunti e suggerimenti per definire un progetto di superamento dell’attuale stato delle cose.
“Vecchio” non è sinonimo di “antico”. Vecchio sarebbe voler riproporre oggi i modelli del fascismo e del comunismo storici, sperimentati nel Novecento. Vecchia sarebbe un’operazione di recupero di una politica economica keynesiana per la quale mancano tutte le condizioni che la resero possibile e vincente. Vecchia è la proposta di tornare a una sovranità nazionale chiusa nei propri confini.
Antico è un modello di mentalità e di istituzioni che funzionarono per secoli e che possono ancora offrire schemi operativi fecondi di sviluppi.
Dante è antico e attuale nel senso sopra precisato.
Lo è perché fu un reazionario radicalmente e intransigentemente critico della società e dei poteri del suo tempo, non in nome di ideali astratti e futuristici, bensì rifacendosi a un passato, idealizzato ma comunque con una forza evocativa che, contrapposta al presente, assumeva un valore eversivo: identificò le cause della decadenza nella “gente nuova” e nei “sùbiti guadagni”, cioè nei nuovi ceti inurbati e nel rapido arricchimento che sconvolgeva l’assetto di una comunità sobria e dai costumi semplici, nonché nell’ingerenza ecclesiastica nelle vicende politiche.
Anche oggi l’atteggiamento rivoluzionario deve partire non da presupposti progressisti e modernisti, ma da uno spirito che le cautele terminologiche non possono impedire di definire “reazionario”.
Lo è perché la sua figura di intellettuale incarna la concezione di un sapere estraneo sia alla contrapposizione fra cultura “umanistica” (storica, letteraria, filosofica) e cultura tecnico-scientifica (per secoli disprezzata e subordinata alla prima) sia alla parcellizzazione settoriale e ultra-specialistica prevalente oggi nelle nostre Università. Egli poté iscriversi alla corporazione dei Medici e Speziali (i farmacisti odierni) in quanto, essendo letterato e filosofo, era inteso come un sapiente dalla cultura multidisciplinare, a un tempo letteraria e scientifica. A questo dovrebbero tendere le nostre scuole, se qualcosa si salverà dal disastro odierno.
Lo è per la sua concezione politica. Egli sentiva con forza tre appartenenze. La prima era alla città dove era nato e cresciuto, Firenze. Quando Dante dice “patria” allude sempre a Firenze. Il senso forte di appartenenza è con le proprie radici, con la propria gente, con la realtà locale. La seconda appartenenza era all’Italia ( “Ahi serva Italia, di dolore ostello…”), intesa prevalentemente come entità culturale e linguistica. La terza appartenenza era all’Impero, la cui necessità era vista da lui in funzione di un’opera di pacificazione: soltanto un potere superiore alle istanze particolaristiche di Comuni, Stati regionali o Stati nazionali, poteva garantire che le tendenze sopraffatrici dei poteri locali generassero una condizione continua di guerra. Questo Impero, dalle dimensioni continentali, doveva essere vivificato da un grande ideale, quello cristiano. Non a caso in quel tempo si usava più spesso il termine Cristianità per indicare quella che oggi chiamiamo Europa.
Ebbene, anche nei nostri anni se vogliamo ragionare in prospettiva e non pretendere di limitarci a una sovranità nazionale che è più vecchia che antica, dovremmo perseguire l’ideale di un radicamento nella realtà comunale e regionale, da vitalizzare nel contesto di uno Stato nazionale che preveda ampie autonomie locali e che a sua volta si collochi in un’Europa federale, dotata di un governo cui siano demandate la forza armata, la politica internazionale e la politica monetaria. Quanto all’ideale che deve vivificare qualunque organismo statuale, non potrà essere un cristianesimo ormai esausto e screditato nelle sue confessioni cattolica e protestante, ma un nuovo spirito che scaturisca da una rivoluzione europea, tale da suscitare forti sentimenti, altri simboli, bandiere che sappiano muovere emozioni.
Un’Italia federale in un’Europa anch’essa federale, tutta da costruire, e con l’occhio rivolto ai modelli di antiche convivenze comunitarie, è un ideale non estraneo a una logica dantesca che sia contestualizzata ai nostri tempi, un ideale premoderno e proprio per questo attuale nel senso di un progetto di superamento del dato presente.
Il tentativo di realizzare questo progetto non potrà essere affidato a un popolo italiano vecchio e sfibrato da decenni di  consumismo che ci ha resi un gregge di ebeti. Le tendenze in atto nel nostro continente vanno in direzione contraria alle nostre speranze. Il predominio della finanza, la sudditanza all’Impero Atlantico, il mescolamento confuso e caotico di lingue ed etnìe nella massiccia immigrazione, tanto sistematica e organizzata da lasciar pensare a un piano tendente a svuotare le nazioni europee di energie rivolte a obiettivi comuni, non incoraggiano a potenziare un ottimismo della volontà. Nemmeno la durezza e la continuità della crisi in atto sembrano riuscire a indurre a un ripensamento che metta in discussione le cause profonde della nostra decadenza. Non ci resta che un’opera pedagogica di educazione delle coscienze più sensibili, confidando nella forza delle cose perché infine si sblocchi un immobilismo mortifero.


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