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America Latina: la questione ambientale è un problema politico

Di Aldo Zanchetta – 27/09/2011

Fonte: Il Cambiamento 

In America Latina la corsa delle multinazionali per accaparrarsi le risorse ambientali è sempre più frenetica e assecondata da tutti i governi desiderosi di ‘fare cassa’. In questa situazione i popoli indigeni lottano per difendere la loro sopravvivenza culturale e spesso anche fisica.

america latina
In America Latina la corsa delle multinazionali per accaparrarsi le risorse ambientali è sempre più frenetica
Quattro cavalieri dell’Apocalisse ‘più uno’
Un certo numero di personalità latinoamericane riunite nel 2006 a Curitiba in Brasile per un congresso promosso da Sem Terra e Via Campesina, avente per oggetto la situazione della terra e dei territori in America Latina, resero pubblica una dichiarazione dal nomeManifesto per le Americhe – In difesa della natura e della diversità ecologica e culturale in cui si denunciava l’insostenibile devastazione ambientale in atto.
Oggi, 5 anni dopo, la situazione è ancor più drammatica. La corsa delle multinazionali per accaparrarsi le sempre più scarse ‘risorse ambientali’ è sempre più frenetica e assecondata da tutti i governi desiderosi di ‘fare cassa’, quale che sia il loro orientamento politico.
Proprio mentre scriviamo le agenzie di stampa stanno dando un tragico annuncio: il governo boliviano ha deciso di arrestare con la forza la marcia indigena che dal dipartimento del Beni si stava dirigendo verso La Paz e scontri violenti sono in atto fra forze dell’ordine e marciatori. Senza per ora entrare nel merito della questione, assai complessa e sulla quale torneremo a breve, un fatto è drammaticamente simbolico: il governo ‘indigeno’ di Evo Morales, che a livello internazionale si erge a difesa della natura, a livello interno si scontra con una marcia popolare che ha come obiettivo la difesa del TIPNIS, Territorio Indígena y Parque Nacional Isiboro Sécure, opponendosi alla costruzione di una strada che è l’ultimo tratto di un collegamento viario interoceanico e che taglierà in due il Parco.
Ma se questo è il drammatico annuncio delle ultime ore, numerosi e spesso aspri sono i conflitti in atto in America Latina aventi origine nella difesa dei territori da parte delle popolazioni locali. In Ecuador, Messico, Perù, Guatemala, Panama, Argentina… contro l’estendersi a dismisura delle concessioni minerarie; in Cile per l’invasione di dighe e di papeleras – le fabbriche di cellulosa che distruggono intere foreste dei territori abitati dal popolo mapuche-; in Colombia per la difesa delle terre e dei territori da cui indigeni e contadini vengono espulsi con la forza, territori che vengono occupati da multinazionali dell’agrobusiness; in Argentina, Brasile e Paraguay per l’avanzare della cosiddetta ‘frontiera della soia’ seguita da un terribile inquinamento da agrochimici e pesticidi.
america latina
Spesso sono molto aspri i conflitti aventi origine nella difesa dei territori da parte delle popolazioni locali
In prima fila nella lotta i popoli indigeni che vedono minacciata ancora una volta la loro sopravvivenza culturale e spesso anche fisica, in accordo – ma talora anche in opposizione – con le popolazioni contadine, con le associazioni ambientaliste e con un certo numero di Ong.
Non si tratta solo di vertenze ecologiche ma anche di vertenze politiche con ragioni storiche più profonde e antiche, che nuove costituzioni o nuove leggi sembravano aver recepito e che vengono invece disattese o contraddette da elaborazioni giuridiche deludenti. Cosa che esaspera gli animi di chi si era aperto alla speranza. Così è per il nuovo ‘Codigo Forestal’ in dirittura di arrivo nel parlamento di Brasilia, o per la ‘Ley das aguas’ in Ecuador, per citare solo due esempi.
Quattro ‘cavalieri dell’apocalisse’ stanno sconvolgendo oggi la regione latinoamericana portando distruzioni irreversibili, miseria e morte nei territori: l’attività mineraria a cielo aperto, l’estrazione di idrocarburi, la costruzione di dighe e relative centrali idroelettriche, il taglio del legname sia per la produzione di cellulosa che per commercializzare il legname pregiato.
Vorrei aggiungerne una quinta, l’IIRSA, la Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sud Americana, che riguarda un insieme gigantesco di infrastrutture (strade, percorsi fluviali, porti, aeroporti, etc.) per il collegamento dei territori e delle città del versante atlantico con quelle del versante pacifico, in particolare i porti. Un ‘cavaliere’, che come i precedenti 4, meriterà un trattamento specifico.
Questo quinto cavaliere è spesso il più pericoloso e subdolo perché si presenta sotto il mantello dell’ ‘integrazione’ dei territori e dello ‘sviluppo’, due mantra del dogma del ‘progresso’. È il caso della sopra ricordata carretera contestata dalla marcia organizzata dalla CIDOB, la confederazione dei popoli indigeni delle ‘terre basse’ dell’oriente boliviano, e che fa parte di uno degli otto ‘assi’ portanti dell’Iirsa.
nativi america latina
I popoli indigeni vedono minacciata la loro sopravvivenza culturale e spesso anche fisica
Una legislazione innovativa nei principi ma contraddetta nei fatti
Questo in contrasto con l’avanzare, seppur lento e talvolta contraddittorio, di una legislazione internazionale tendente a riconoscere almeno formalmente i diritti territoriali delle popolazioni, in particolare quelli delle popolazioni indigene ‘originarie’. Fra questi il diritto alla “consultazione previa, libera e informata” delle popolazioni indigene nel caso di nuove attività economiche capaci di alterare il territorio e quindi le forme di vita e di organizzazione sociale.
Se fino a pochi anni fa esisteva un unico documento giuridico a protezione di un certo numero di diritti dei ‘popoli originari’ – il Trattato 169 dell’ILO (Ufficio Internazionale del Lavoro, organo delle Nazioni Unite) – nel 2007 si è aggiunta, dopo oltre 20 anni di dibattiti, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni la quale, seppure non vincolante e con diverse lacune, costituisce un importante punto di riferimento per successive elaborazioni giuridiche nazionali.
Per quanto riguarda il Trattato 169 esso, pur sottoscritto da quasi tutti gli Stati non è poi stato ratificato da molti di essi, fra cui l’Italia, e pertanto non ha valore giuridico per detti Stati e quindi non è applicabile nei confronti delle multinazionali in essi residenti e operanti in territori indigeni (vedi le vertenze dell’Enel in Cile e in Guatemala). A parte la mancata ratifica e quindi non vigenza, è abituale anche negli Stati ove il Trattato è vigente l’elusione.
Caso clamoroso quello del Messico, primo stato firmatario e ratificatore del Trattato, che lo elude permanentemente violando a man salva i suoi dettami. Oppure il caso del Perù, il cui rappresentante ebbe un ruolo fondamentale per giungere alla approvazione della Dichiarazione delle NU, e che solo ora, con l’arrivo al governo di Ollanta Humala, ha visto l’approvazione di una legge sulla ‘consultazione’ dei popoli indigeni per interventi nei loro territori, dopo però lotte sanguinose fra le quali l’eccidio gravissimo a Bagua nel 2009.
san luis potosi
Nella regione messicana di San Luis Potosi lo stato messicano ha dato 22 concessioni minerarie alla transnazionale canadese First Majestic Silver Company
Un punto rimasto non chiarito fino ad oggi è se l’esito della consultazione sia vincolante per i governi oppure sia solo un elemento di decisione o di trattativa, ad esempio per eventuali risarcimenti. Sarà interessante vedere nei prossimi mesi lo sviluppo della vicenda peruviana dove la Suprema Corte ha emesso un primo documento che propenderebbe per riconoscere il risultato come vincolante per il governo.
Un altro grosso problema è costituito dalla violazione di territori considerati sacri dalle popolazioni residenti. Violazioni che gettano sgomento e rabbia nelle popolazioni indigene e che invece non rientrano nell’ambito delle sensibilità del mondo ‘progredito’. Numerosi conflitti di questa natura sono in corso. Uno per tutti, quello in atto nella regione messicana di San Luis Potosi, dove lo stato messicano ha dato 22 concessioni minerarie alla transnazionale canadese First Majestic Silver Company, su un’area di oltre 6 mila ettari che in parte si estende su un territorio sacro del popolo Wirrarikas.
Anche qui a fatica avanza, all’interno della Corte Interamericana dei Diritti Umani, un nuovo approccio. Come scrive l’antropologa Magdalena Gómez, “la Corte ha cominciato a domandarsi con serietà: Come faccio a dar ragione a questi popoli con gli strumenti di cui dispongo? Da qui il problema di segnalare che la proprietà viene vincolata (anche) con diritti culturali e diritti ancestrali. E non si tratta solo della proprietà privata. È progredita fino alla sua dimensione indigena a partire dalla nozione di terra ancestrale in una logica che include i territori di questi popoli. In questo senso ha emesso nell’ultima decade alcune sentenze dove ha concluso che per ottenere il rispetto di territori e terre dei popoli indigeni occorre indirizzare lo sguardo nel diritto di proprietà e di vincolare questo alla sopravvivenza culturale”.
evo morales
Il ‘processo di cambiamento’ promesso dal governo Morales è stato progressivamente congelato
Un passo avanti e uno indietro
Non resterebbe che rallegrarsi di questi importanti passi in avanti nelle riflessioni del diritto internazionale se non fosse che dall’altro lato, quello delle pratiche poliziesche e del diritto all’interno di molti Stati, si stanno compiendo passi indietro, come nel caso apertosi ora in Messico col nuovo codice di polizia presentato dal governo che amplia i poteri delle autorità di polizia e riduce le garanzie giuridiche dei cittadini. E, inutile dirlo, i primi a subirne le conseguenze sono i cittadini più poveri e i popoli più emarginati come appunto i quelli indigeni.
Del resto in tutto il mondo, e non solo in America Latina, i governi sempre più fanno ricorso alla proclamazione dello “stato di eccezione” per sospendere a tempo indeterminato punti essenziali dello “stato di diritto”.
Alcuni dei casi di conflitto sopra citati meritano un particolare approfondimento a partire dal gravissimo conflitto in corso in Bolivia, le cui conseguenze saranno probabilmente drammatiche per il ‘processo di cambiamento’ promesso dal governo Morales e poi progressivamente congelato. Prossimamente forniremo analisi e approfondimenti adeguati a una serie di casi concreti.

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4 comments

Nexus Co. Settembre 27, 2011 at 10:23 pm

vi consiglio questo articolo da noi tradotto sui casini nella Bolivia di Moraleshttp://ienaridensnexus.blogspot.com/2011/09/bolivia-brutale-repressione-allviii.html

Nexus Co. Settembre 27, 2011 at 10:23 pm

vi consiglio questo articolo da noi tradotto sui casini nella Bolivia di Moraleshttp://ienaridensnexus.blogspot.com/2011/09/bolivia-brutale-repressione-allviii.html

Informazione Consapevole Settembre 29, 2011 at 8:22 am

Grazie ,visto.Intanto a quanto pare la costruzione dell'autostrada dopo la repressione è stata (per ora) sospesa http://www.ilcambiamento.it/popoli_nativi/bolivia_sospesa_autostrada_repressione_indigeni.html

Informazione Consapevole Settembre 29, 2011 at 8:22 am

Grazie ,visto.Intanto a quanto pare la costruzione dell'autostrada dopo la repressione è stata (per ora) sospesa http://www.ilcambiamento.it/popoli_nativi/bolivia_sospesa_autostrada_repressione_indigeni.html

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