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“Al-Khansa”, la brigata femminile dell’ISIS che vigila e punisce le donne se non si conformano ai dettami del Califfato

Di Sue Reid
L’atmosfera che si respira a Raqqa, la capitale siriana dello Stato Islamico, è quella di una città medievale, dove ogni giorno vanno in scena torture, abusi e macabre esecuzioni. Oltre 100,000 donne vivono nel terrore della brigata Al-Khansa, un corpo di polizia di sole donne che vigila sulle donne stesse, assicurando il rispetto della Sharia, la legge islamica, e punendo chi non rispetta i suoi dogmi.
A prescindere dalla ragione per cui si trova in città, una donna non può andare in giro per la città e tantomeno viaggiare se non è accompagnata da un parente uomo. L’Isis impone il burqa a tutte le donne a partire dall’adolescenza, guanti neri per coprire le mani e tre veli per coprire il volto, in modo che non possa essere visto nemmeno alla luce diretta del sole.
Se non rispettano le regole sul vestiario, le donne possono essere sepolte vive nella sabbia pubblicamente e lasciate morire, come racconta una maestra di scuola che è riuscita a scappare agli orrori di Raqqa: “Non abbiamo nessuna libertà, non potevo uscire sul balcone e nemmeno affacciarmi alla finestra. La Al-Khansa arresta qualunque donna che si metta il profumo o che alzi il tono della voce. La voce di una donna non di deve sentire”.
“Le poliziotte della brigata Al-Khansa mi catturarono – continua la maestra – perché dicevano che i miei occhi erano visibili attraverso il velo. Mi torturarono, mi frustarono e ora si dice che alcune di loro puniscano le donne a morsi. Ti danno due opzioni: o i morsi o la frusta”.
Umm Abaid, una ex donna poliziotto della brigata Al-Khansa, spiega che prima dell’arrivo dello Stato Islamico Raqqa era una città cosmopolita, dove uomini e donne potevano incontrarsi liberamente nei bar e per le strade. “Prima andavo a scuola da sola – racconta – uscivo con gli amici, poi mio marito mi convinse piano piano ad accettare lo Stato Islamico e le sue leggi. Alla fine mi arruolai nella brigata per il controllo del vestiario”.
“Chiunque non rispettasse le regole veniva frustato – spiega Umm Abaid – poi andavamo dal suo “guardiano uomo”, poteva essere il fratello, il padre o il marito, e punivamo anche lui. Anche quando non ero in servizio, se mio marito vedeva una donna vestita in maniera non appropriata mi obbligava a fermarla e a punirla. Un giorno vedemmo una donna che indossava un vestito con un disegno, la arrestai e la portai in caserma per frustarla con le mie stesse mani”.
 Umm Abaid abbandonò la Siria per andare in Turchia quando l’Isis la obbligò a risposarsi poche settimane dopo che suo marito si fece esplodere in un attentato suicida. “Alcune di noi giravano in borghese per controllare la folla e identificare i dissidenti, altre gestivano dei bordelli per soddisfare i combattenti che tornavano dal fronte, alcune ragazze mi hanno raccontato di essere state con più di 100 uomini in poche settimane”. 

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