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Afghanistan, soldati Usa obbligati a ignorare gli stupri sui minori

Di Claudio Cartaldo

Luci e ombre della missione americana in Afghanistan. Tra le due a prevalere, stavolta, sono le ombre.
Quelle raccontate dagli ex militari ormai in congedo in una inchiesta del New York Times. Ricordi di violenze sessuali perpetrate dai soldati afghani nei confronti dei bambini locali. E quell’ordine, perentorio, del comando Usa: non dovete intervenire.

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Istruiti a ignorare l’accaduto. E’ questo che emerge dalle parole dei diretti interessati. Uno di loro, Gregory Buckley, ucciso nel 2012, aveva lasciato nelle mani del padre il racconto di quanto vissuto durante la missione. In più occasioni avrebbe sentito i poliziotti afghani abusare sessualmente di innocenti bambini trascinati dentro la base militre. “Durante la notte li sentivamo gridare – racconta al padre – ma non potevano far nulla. Non ci era permesso”.
Un ordine assurdo, e un’accusa che renderebbe i vertici militari complici delle violenze perpetrate sui minori. “Mio figlio provò ad intervenire – aggiunge il padre di Gregory – ma loro risposero di volgere lo sguardo dall’altra parte perchè faceva parte della cultura locale”.
In effetti, lo stupro è molto diffuso, soprattutto nelle zone rurali dell’Afghanistan. Lì i poliziotti possono dimostrare il loro potere e rendere schiavi, senza rischiare nulla, i bambini. La pratica è detta “bacha bazi”, ovvero “gioco su bambini“.
Secondo quanto riporta il quotidiano newyorkese, le stesse cose avvenivano anche durante il reclutamento di soldati afghani per la lotta contro i talebani. “l motivo per cui eravamo lì – ha raccontato Dan Quinn, ex capitano delle forze speciali Usa – era per le terribili cose che sapevamo i talebani facevano contro la popolazione, abusando dei diritti umani”. Lui quelle violenze non poteva sopportarle. Una volta picchiò un comandante afghano che stava tenendo un bambino legato al letto come schiavo del sesso. “Stavamo dando il potere – ha aggiunto – a persone che commettevano cose peggiori dei talebani, come mi dissero anche gli anziani del villaggio”.
Sono pochi i marines americani ad essersi ribellati al divieto di parola sulle violenze degli afghani. Chi lo ha fatto, invece, come Quinn, si è rovinato la carriera.

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