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Afghanistan, l’Abu Ghraib italiana

Di Enrico Piovesana


La prigione provinciale di Herat diretta dal generale Abdul Sadiq è stata ristrutturata e
modernizzata con finanziamenti italiani (91 mila euro) e le sue celle sono piene di presunti talebani catturati dai soldati italiani.<

br />Alla cerimonia di inaugurazione della nuova struttura nel marzo 2010, cui presenziarono il generale italiano Alessandro Veltri e il colonnello Claudio Dei, il ministro afgano della Giustizia, Abidullah Ghalib, disse: “Un Paese sicuro è un Paese che investe nella giustizia, e grazie a questo progetto di cooperazione tra il governo e il comando regionale Isaf i prigionieri potranno seguire corsi di avviamento professionale che li aiuteranno a reinserirsi nella società con migliori prospettive di vita”.
Belle parole, drammaticamente in contrasto con la realtà denunciata da un rapporto dell’Onu, che descrive le sistematichetorture inflitte ai detenuti da parte degli agenti dei servizi segreti afghani, il National directorate of security (Nds). Il rapporto parla di “un approccio alla tortura altamente organizzato”, secondo una procedura standard riferita da almeno dodici prigionieri.
I detenuti, solitamente molto giovani, vengono prelevati dalle loro celle durante la notte, bendati e con le mani legate dietro la schiena, e portati nella stanza degli interrogatori. Per estorcere loro confessioni e informazioni vengono sbattuti a terra epicchiati sulla schiena e sulle piante dei piedi con cavi elettrici che provocano lacerazioni. Dopodiché, con i piedi sanguinanti, vengono costretti a correre per diversi minutisul selciato del cortile.

Da Peace Reporter

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