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Accuse a Samsung in Corea del Sud: “I dipendenti muoiono di cancro”

DI FEDERICO GUERRINI
Samsung è sotto pressione in Corea del Sud. Alcune associazioni per i diritti civili chiedono che il colosso dell’elettronica (attivo in patria anche in molti altri campi, dalle navi alle assicurazioni) accetti di finanziare una fondazione indipendente che vigili sulla salute degli operai delle fabbriche, mettendo a punto misure che evitino il ripetersi di morti dovute alla contaminazione con sostanze tossiche.  

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Centinaia di persone impiegate non solo da Samsung, ma da altre multinazionali, sono decedute negli ultimi cinque anni, da quando il fenomeno cioè viene monitorato, a causa di malattie quali leucemia, cancro al cervello, al seno o alla gola. Pur non riconoscendo un rapporto di causalità fra il lavoro delle fabbriche e le malattie, e sottolineando la bontà delle proprie misure di protezione – dalle mascherine, ai respiratori, ai guanti, ai sistemi di purificazione dell’aria – il gigante asiatico ha accettato di versare 75 milioni di euro (cento miliardi di won) per venire in aiuto alle famiglie delle vittime.  
«L’obiettivo è quello di completare i pagamenti entro la fine di quest’anno – afferma l’azienda in una nota – Nonostante non ci sia prova scientifica della correlazione tra la malattia dei dipendenti e l’ambiente di lavoro, Samsung Electronics offre il suo sostegno per essere concretamente di aiuto ai suoi dipendenti e alle loro famiglie e non perché obbligata da una sentenza». 
La società ha deciso inoltre di nominare una commissione che sovrintenda all’erogazione dei pagamenti, e afferma di voler impiegare una parte dei soldi per misure di prevenzione. Non intende invece aderire a una delle raccomandazioni principali del comitato di mediazione istituto composto da manager e attivisti, quella appunto di istituire un organismo indipendente di controllo.  
Comunque la si guardi, si tratta di una vittoria per gli operai, e soprattutto per le famiglie delle vittime, in una vicenda che si trascina, dal punto di vista legale, dal 2011, e affonda le sue radici in avvenimenti che risalgono ad alcuni anni prima. 
Il decesso, nel 2007, della ventiduenne Hwang Yu-mi , di leucemia mieloide acuta, una malattia piuttosto rara, che colpisce soprattutto gli ultra sessantenni, è stata la molla che ha fatto partire tutto.  
Il padre della ragazza ha deciso nel 2011 di fare causa all’Agenzia per il Lavoro della Corea, sostenendo che la figlia fosse morta a causa del suo impiego in una fabbrica di semiconduttori. La Ong Supporters for the Health and Rights of People in the Semiconductor Industry ( Sharp), che riunisce diverse associazioni no profit impegnate nella difesa dei diritti dei lavoratori, si è fatta carico di fornire supporto e assistenza. Dopo alterne vicende, che hanno visto prima il rigetto del ricorso, poi il suo accoglimento, e in seguito l’ingresso stesso di Samsung nel procedimento legale, si è arrivati prima alle scuse pubbliche del vice presidente dell’azienda Kwon Oh-hyun per il prolungarsi della controversia, poi all’istituzione del comitato di mediazione, e all’erogazione dei fondi per le vittime.  
Ora le associazioni per i diritti civili come l’International Campaign for Responsive Technology ( Icrt), l’Asia Monitor Resource Center, il Center for Development & Integration la stessa Sharp, sperano che l’accordo con Samsung possa essere il primo passo per aprire una discussione seria sugli “effetti collaterali” del proliferare di fabbriche di componenti elettronici nei paesi asiatici.  
Manca, è vero, la certezza scientifica di una correlazione fra lo sviluppo di questo tipo di malattie e il lavoro negli stabilimenti; uno dei motivi, è che non c’è una lista onnicomprensiva di tutte di sostanze chimiche impiegate: i ricercatori di Icrt, come racconta la giornalista Sandra Bartlett, in un lungo pezzo pubblicato dal Center for Public Integrity, ne hanno contate finora 1.100, molte delle quali potenzialmente pericolose per la salute.  
Anche su quel fronte si cominciano però a vedere alcune ricerche che sembrano confermare le preoccupazioni dei lavoratori. Uno studio pubblicato a maggio su Plos One, ha messo in luce come le donne fra i 20 e 40 anni impiegate nell’industria dell’elettronica in Corea del Sud, abbiano maggiori probabilità di avere problemi riproduttivi, come aborti spontanei e anomalie del ciclo mestruale. I problemi all’apparato riproduttivo, secondo i ricercatori, potrebbero preludere ad altri malanni ancora più gravi, come i tumori.  

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