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Accordo Israele-Hamas, interessi incrociati

Di Michele Giorgio

Il governo Netanyahu ha approvato la scorsa notte l’accordo raggiunto con il movimento islamico Hamas che, in cambio della scarcerazone di poco più di mille detenuti politici palestinesi, vedrà la liberazione del caporale israeliano Ghilad Shalit, catturato da un commando palestinese nel 2006 nei pressi del valico di confine di Kerem Shalom e da allora prigioniero a Gaza. Hanno votato contro l’accordo soltanto tre ministri dell’ultradestra, tra i quali il ministro degli esteri Avigdor Lieberman. 
L’improvvisa accelerazione, dopo un lungo silenzio, è stata annunciata ieri nel tardo pomeriggio dalla televisione satellitare saudita al Arabiya e confermata poco dopo dai leader di Hamas e dallo stesso Netanyahu. E’ peraltro avvenuta mentre centinaia di prigionieri politici palestinesi attuano (dal 27 settembre) lo sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione nelle carceri israeliane. Una protesta che ha raccolto solidarietà ed adesioni anche tra i palestinesi d’Israele e tra diversi attivisti occidentali.
Lo scambio avverrà in più fasi. Ghilad Shalit  sarà consegnato all’Egitto, per essere poi restituito a Israele in un secondo momento. In totale sono 1027 i palestinesi che saranno scarcerati. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Maan, mille detenuti palestinesi sono uomini e 27 donne. Nella prima fase, che dovrebbe avvenire entro pochi giorni, saranno scarcerati 450 detenuti uomini e le 27 donne. Nella seconda fase invece, prevista tra circa due mesi, saranno scarcerati altri 550 detenuti. Sono oltre cento i detenuti originari della Cisgiordania che saranno esiliati a Gaza mentre altri 40 dovranno lasciare la loro terra e vivere in esilio in paesi non ancora precisati. Almeno 300 dei detenuti che verranno scarcerati stanno scontando una condanna all’ergastolo. Netanyahu sembra aver ottenuto da Hamas ciò che voleva: esiliare i condannati per i reati più gravi e lasciare in prigione i due prigionieri politici più noti: il dirigente più carismatico e stimato del movimento Fatah, Marwan Barghouti, e il segretario generale del Fronte Popolare Ahmad Sadat (in sciopero della fame e da alcun giorni in condizioni di salute critiche).
La svolta improvvisa, un vero fulmine a ciel sereno,  è frutto di un incrocio di interessi. Su Hamas ha pesato la necessità di recuperare terreno di fronte al calo del consenso a Gaza e di rispondere con un “successo”  dal forte impatto popolare alle recenti iniziative diplomatiche del rivale presidente dell’Olp Abu Mazen. Ieri sera i dirigenti del movimento islamico descrivevano l’intesa come una “vittoria” sorvolando sul punto che prevede l’esilio per un certo numero di prigionieri. Senza contare la mancata liberazione di Sadat e Barghouti. E’ perciò soddisfatto Netanyahu che recupera consensi in casa, dopo una estate di manifestazioni popolari contro la politica economica del suo governo. Il premier israeliano grazie alla visibilità internazionale che gli darà l’intesa su Shalit, proverà anche a far passare in secondo piano la richiesta di adesione alle Nazioni Unite dello Stato di Palestina presentata il mese scorso. 

Da il Manifesto

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