Crea sito
antimperialismo Iraq ISIS opinioni

La III Guerra in Iraq, stavolta senza tamburi. Un motivo c’è



Di Patrick Boylan

La III Guerra in Iraq è già iniziata, con la rapida conquista della fascia centrale del paese da parte delle milizie ben armate dell’IS (Stato Islamico – originariamente ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e con la presa armata, da parte della guerriglia curda nel nord, della zona petrolifera di Kirkuk e l’«espulsione» (agevolata con premi di trasloco) dei non-curdi della regione.
Strano a dirsi, quest’ascesa folgorante dei fanatici dell’IS non sembra preoccupare l’Occidente più di tanto – e nemmeno l’espansionismo curdo. Niente allarmismi da Washington, nemmeno dai falchi, solitamente pronti a cogliere qualsiasi occasione per reclamare un’azione militare.


(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});





Di conseguenza, i nostri mass media non battono con fracasso i tamburi di guerra, come fecero prima della I Guerra in Iraq (1990), della Guerra in Afghanistan (2001), della II Guerra in Iraq (2003), e della Guerra in Libia (2011) per far accettare dall’opinione pubblica l’impiego anche di militari italiani in questi conflitti.
Una quiete surreale accompagna le vittorie odierne in Iraq delle milizie dell’IS, per quanto esse siano indiscutibilmente composte da guerrieri feroci e fanatici. Persino il Presidente Obama rimanda di continuo l’uso offensivo in Iraq dei suoi amati droni e consente il tranquillo svolgersi degli eventi.
Una spiegazione per tutto ciò ci sarà.
Forse queste belve dell’IS non sono poi così pericolose, in fin dei conti? (Per gli interessi economici e geopolitici occidentali, s’intende.) Forse l’espansionismo curdo è stato concordato con l’Occidente (e pagato con la consegna, due settimane fa, dei primi barili di petrolio a Israele)?
Ad una tavola rotonda sugli eventi in Iraq, organizzata il 7 luglio 2014 dal think tankISPI al Centro Studi Americani di Roma, molti partecipanti hanno fornito chiavi d’interpretazione che sembrano avvalorare queste tesi.
Per cominciare, le milizie dell’IS stanno facendo chiaramente un favore a Israele smembrando l’Iraq in tre entità autonome: curda nel nord, sunnita nella fascia centrale e sciita nel sud.  Infatti, sin dagli anni ’50 un tale smembramento è stato auspicato esplicitamente da Tel Aviv. (Per Israele, è più facile difendersi da staterelli che litigano costantemente tra di loro, piuttosto che da una grande potenza militare, com’era l’Iraq di Qāsim o, ancora di più, quello di Saddam Hussein.)
Anche gli Stati Uniti sembrano prediligere ora, in Iraq, la soluzione dello “smembramento con conflitto permanente tra le fazioni”. È vero che il dominio diretto dell’Iraq sarebbe stato preferibile, qualora fosse stato possibile: avrebbe consentito agli USA di impossessarsi delle risorse naturali del paese, senza dover negoziare di continuo tra le fazioni per ottenere le condizioni più vantaggiose. Ma il dominio diretto si è rivelato troppo costoso, troppo logorante e, militarmente, troppo intricato (in Iraq come in Afghanistan, del resto). Meglio allora dividere et imperare.
La Libia fu, nel 2011, il primo grande esperimento pratico di questa nuova strategia, di questo RisiKo! giocato con milioni di vite umane. Gli USA, la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia hanno dapprima incitato i libici dell’est alla rivolta per poter intervenire poi con i loro bombardieri, ufficialmente allo scopo di “salvare i ribelli dal regime” ma, in realtà, per distruggere le maggiori infrastrutture e tutti i gangli politico-sociali del paese. Lo ha detto esplicitamente un generale statunitense, con orgoglio: missione compiuta; «con le bombe abbiamo ricacciato la Libia nel medioevo!» Infatti il paese – fiorente anni fa con il più alto tenore di vita e livello d’istruzione del continente (dopo il Sud Africa) – ormai è in rovina. Bande erranti di milizie dettano legge e fanno guerra tra di loro. Della tanto osannata democrazia, portata dall’Occidente a costo di 50mila libici morti e centinaia di migliaia dislocati, oggi neanche una traccia: alle ultime elezioni ha votato solo il 18% della popolazione. In compenso, le compagnie petrolifere occidentali, che Gheddafi aveva cacciato dal paese, riescono ora ad ottenere il petrolio a prezzi stracciati, mettendo le bande di milizie le une contro le altre. Gheddafi, invece, aveva imposto prezzi norvegesi.
Quindi sembra funzionare egregiamente il nuovo modello di conquista occidentale, ovvero “smembramento con conflitto permanente tra le fazioni”.
La Siria doveva essere il secondo grande esperimento della sua efficacia, ma quel testardo di Assad, sostenuto da gran parte della popolazione, vuoi come salvatore, vuoi come il male minore, ha resistito e continua a resistere.
Per cui l’Occidente ora si sposta in Iraq, per tentare di applicare ancora una volta la sua nuova ricetta di “guerra e smembramento”.

Related posts

L’arte difficile della semplicità

La Giornata della Memoria: alcune riflessioni

informazione-consapevole

Il caos della Libia post Gheddafi: due governi, due parlamenti, 140 tribù, 230 milizie (oltre l’Isis)

informazione-consapevole