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11 settembre 2001 Bush Commisione sull'11 settembre Pentagono USA

9-11 Cospirazione e propaganda (2)

Di Naoki Tomasini

Atto primo: La Commissione
(Segue dalla prima puntata)
Se lo si guarda in modo analitico, l’11 settembre è stato un intrico di eventi. Una catena più o meno causale di fatti, così vasta che la mente non riesce a ordinare. A questo serve il mito, una narrazione semplificata che renda gestibile la magnitudine di un giorno senza precedenti, perché la gente possa voltare pagina e continuare a vivere una vita normale. E d’altro canto, a questo servono le Commissioni d’inchiesta: per consegnare alla storia i fatti nudi e crudi, i numeri, i nomi. E anche le domande senza risposta, così che altri possano continuare a cercare.
Durante le loro prime indagini, Lorie, Mindy, Patty e Kristen, le Jersey Girls, scoprirono il lavoro di un ricercatore indipendente, Paul Thompson (8), che aveva prodotto una cronologia dei fatti dell’11 settembre, secondo per secondo, basandosi sulle notizie pubblicate dai media Usa e internazionali. Era uno strumento prezioso per le quattro donne che, d’un tratto, s’erano trovate faccia a faccia con qualcosa di enorme, senza gli strumenti per capire, ma senza la possibilità di voltare pagina. Lo racconta una di loro, Kristen Breitweiser, che aveva votato per Bush, nel suo libro: Educazione politica di una vedova dell’11 settembre. Cercare informazioni era come una terapia per lenire il dolore, articolo dopo articolo, notti insonni trascorse tra pile di documenti e su internet, fino a produrre una lista, un lungo elenco di domande. L’amministrazione Bush, però, non era interessata a dare risposte: “un’inchiesta non deve interferire con lo sforzo per impedire il prossimo attentato” dichiarò tra gli altri Dick Cheney. Ma molti altri parenti delle vittime e comuni cittadini sì. Nel giugno del 2002, davanti al Campidoglio a Washington, c’era un piccolo palco con scritto davanti: “3000 vittime, 3milioni di domande”. Quando parlarono da quel pulpito, di fronte ai media e a decine di altri familiari delle vittime del 9/11, le Jersey Girls non erano più sole.
Fu la pressione popolare a spingere il governo Bush ad autorizzare una Commissione d’inchiesta (9). 421 giorni dopo gli attentati, con un budget iniziale di 3 milioni di dollari, a fronte dei 40 spesi per investigare l’affaire Lewinsky. Alla guida venne inizialmente nominato Henry Kissinger ma, di nuovo, l’indignazione delle vittime nei confronti di un veterano delle operazioni sotto copertura, pupillo di Rockefeller e, per giunta, in affari con la famiglia Bin Laden, ottenne un risultato concreto: Kissinger rinunciò all’incarico (10) e al suo posto vennero chiamati Thomas Kean e Lee Hamilton. Nel marzo 2003, quando la Commissione iniziò le udienze, in platea non c’erano solo quattro donne, ma decine di persone armate di taccuini e registratori che si definirono Citizens’ Watch, embrione di quello che si sarebbe chiamato Truth Movement.
Per rispondere ad alcune delle loro domande la Commissione richiese centinaia di documenti alla Casa Bianca, all’Fbi, alla Cia, alla difesa aerea e all’aviazione civile. L’esecutivo aveva promesso piena collaborazione anche da parte delle agenzie di intelligence, ma le cose non andarono come dichiarato. “Ricordo che il presidente disse che solo una minoranza dei commissari poteva visionare una minoranza dei documenti, e che costoro dovevano poi concordare con la Casa Bianca che cosa avrebbero detto al resto della Commissione” (11)raccontò il senatore Max Clealand, uno dei membri della Commissione.
Tra la frustrazione di alcuni commissari e delle famiglie delle vittime, indispettiti dalla scarsa trasparenza dell’amministrazione e delle agenzie di intelligence, le udienze proseguirono senza clamore. Fino al 24 marzo 2004, quando Richard Clarke, il principale consigliere anti-terrorismo dell’amministrazione Bush (in precedenza per Clinton e Bush Sr.) testimoniò davanti alla Commissione e disse: “Ai parenti delle vittime del 9/11, a quelli che sono presenti in questa stanza e a quelli che ci seguono in televisione, il vostro governo ha fallito. Coloro che dovevano proteggervi hanno tradito la vostra fiducia, e anche io vi ho deluso” (12).
Le scuse pubbliche di Clarke, riprese dalla Cbs, costrinsero il presidente e il suo staff a testimoniare, anche se a porte chiuse, senza registrazione e non sotto giuramento. Bush pretese di comparire insieme a Cheney.
Uno dei documenti richiesti dalla Commissione e mai desecretati interamente era il Presidential Memo del 6 agosto 2001. Avvertiva della presenza in America di potenziali attentatori intenzionati a dirottare aerei e colpire edifici federali a Washington e New York. L’allora Segretario di Stato Condoleeza Rice, interrogata nel merito dalla Commissione, ripose che si trattava di “informazioni storiche basate su vecchi rapporti. Non c’erano notizie di nuove minacce, e non avvertiva di alcun impellente attacco sul suolo statunitense” (13). Il titolo del Memo era “Bin Laden intenzionato a colpire dentro gli Usa” (14).
Ma quello non fu un caso isolato. Le informazioni preventive su possibili attentati e in particolare sugli attentatori già presenti negli Usa erano numerose e impellenti. In quest’ambito, il caso più clamoroso fu la testimonianza del Lt. Col. Anthony Shaffer(15), che operava in un progetto del Comando Operazioni Speciali (Socom), chiamato Able Danger. Shaffer rivelò alla Commissione che Mohamed Atta e almeno altri tre attentatori erano noti al suo ufficio almeno un anno prima degli attacchi. Le rivelazioni di Shaffer furono confermate da un altro ufficiale, il Maggiore Eric Kleinsmith capo dell’intelligence del Liwa (Land Intelligence Warfare Activity), che raccontò alla Commissione di avere ricevuto l’ordine di distruggere 2,5 terabyte di files del progetto Able Danger. La commissione rifiutò di prendere in esame le rivelazioni per mancanza di prove, screditando la lealtà di due ufficiali che avevano messo a rischio la propria carriera. Tra coloro che presero le difese di Shaffer, ci fu il Senatore Kurt Weldon, vicedirettore del House Homeland Security Committee, che riferendosi all’atteggiamento della Commissione dichiarò (in un’intervista alla Fox news): “Sta succedendo qualcosa di molto sinistro che mi turba profondamente” (16). Anni dopo, il direttore esecutivo della Commissione Philip Zelikov sostenne che quella pista non era stata seguita per “Mancanza di tempo e risorse”.
(Domani la terza puntata)



Note:
8. http://www.historycommons.org/project.jsp?project=911_project
9. http://govinfo.library.unt.edu/911/archive/index.htm#hearings
10. http://archives.cnn.com/2002/ALLPOLITICS/12/13/kissinger.resigns/
11. “I remember, the president have said that only a minority of the commissioners can see a minority of the documents, and then they have to clear what they are going to say to the rest of the commission, to the White House”.
12. “To the loved ones of the victims of 9/11, to them who are here in this room, to those who are watching on television, your government failed you. Those entrusted with protecting you failed you. And I failed you”.
http://en.wikipedia.org/wiki/Richard_A._Clarke
13. “Historical informations based on old reportings. There was no new threat information, and did not in fact warn of any coming attack inside the United States”.
14. “Bin Laden determined to strike in US”.
15. http://en.wikipedia.org/wiki/Anthony_Shaffer_%28intelligence_officer%29
16. “There is something very sinister going on that really troubles me”
http://www.democracynow.org/2004/3/23/the_white_house_has_played_cover
http://dir.salon.com/story/news/feature/2003/11/21/cleland/index.html?pn=1



Da Peace Reporter

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