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2015, l’anno dei partiti anti-sistema. Come sono cambiati gli equilibri politici in Europa

Di Martino Mazzonis
Sono anni complicati per la politica tradizionale questi. Le elezioni spagnole sono l’ultimo appuntamento che mostra come negli ultimi due-tre anni il panorama politico europeo sia terremotato. In ciascun Paese, in forme nuove o antiche, più o meno clamorose, le forze politiche tradizionalmente fuori dai giochi – o nuove – hanno raccolto grandi consensi.
Che si tratti dei nuovi, come Podemos e Ciudadanos, degli antichi paria della politica nazionale esclusi da un tendenziale bipartitismo, più o meno complesso (Gran Bretagna, Spagna, Francia), ovunque le cose cambiano. E chi pensava che, come spesso accaduto in passato, la scossa fosse solo quella delle elezioni europee del 2014, non aveva colto nel segno. Nel 2015 in Portogallo cresce la sinistra-sinistra, in Danimarca si conferma forte il partito del popolo danese, nel segno de “il welfare è nostro e ce lo teniamo” e in Francia il Front national non perde un colpo se non al secondo turno, quando l’Union sacrée di tutti i cittadini anti-fascisti di Francia gli nega le presidenze delle regioni.
E’ l’Europa della risposta alla crisi con il rigore – e poi la crisi dei rifugiati – che genera questa risposta: tendenzialmente i Paesi colpiti dalle politiche di austerity votano di più a sinistra – con l’eccezione dell’Italia, dove c’è l’odio anti-casta, una sinistra senza progetto e l’ibrido del Movimento 5 Stelle – quelli spaventati dai rifugiati e arrabbiati con fannulloni greci, spagnoli e portoghesi, votano i nuovi populismi nazionalisti, che sono anti-globalizzazione e si distinguono tra quelli che mettono più l’accento sui valori occidentali, come ilremier ungherese Orban e quelli che usano la crisi di un modello equilibrato di società messa a rischio da Europa e immigrazione – nei Paesi scandinavi e persino in Germania, dove sono nati un partito liberale no euro e un movimento di piazza, Pegida, anti Islam.
In alcuni casi, come quello greco, si tratta della crescita e modernizzazione di partiti dalla storia relativamente lunga, spesso di partiti che nascono e crescono dentro alla crisi della socialdemocrazia, la famiglia politica finita peggio nei voti importanti degli ultimi anni: ha perso in Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e in diversi Paesi dell’est e scandinavi, ha perso al governo e all’opposizione, contro premier popolari com Merkel e contro governi che hanno perso più voti di lei (come in Spagna).
Certo, ogni Paese ha la sua storia, le sue caratteristiche specifiche in tema di culture politiche o localismi, in Gran Bretagna l’Ukip ottiene un buon risultato ma è ridimensionato da una legge elettorale che ha quasi cancellato la sua presenza istituzionale, mentre il SNP scozzese, che pure è andato benissimo, è una risposta locale e socialdemoctratica all’abbandono di certe idee da parte laburista.
Certo è che la nascita di coalizioni di destra-destra e di sinistra-sinistra è una novità assoluta per il panorama europeo. Per adesso, come spesso capitato in passato anche in Italia con i governi di centrosinistra, le forze di sinistra hanno mostrato fin troppa timidezza – o senso di responsabilità – mentre la destra ha forzato a suo piacimento le regole europee. Nel primo caso si è trattato soprattutto di bilanci dello Stato e spesa pubblica, con l’esempio greco e del governo Tsipras come apice dell’imposizione di regole europee e di accettazione di queste da parte del governo nazionale, nell’altro di rifugiati e di una serie di passi unilaterali che sono stati sanzionati in minima parte e hanno prodotto risposte – il piano rifugiati europeo – timide e non applicate in quasi nulla. Due crisi diverse e due risposte diverse.
Quanto sono cresciuti i partiti anti-sistema vecchi e nuovi in Europa durante la crisi? Qui sotto, Paese per Paese diversi esempi. Con tutte le distinzioni azionali possibili, il dato incontrovertibile è che quasi ovunque destra e sinistra sono cresciute e molto.

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